11 luglio 2017

Solitudine

Che vergogna andare al cinema da solo senza un amico, senza un’amica, senza moglie, là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi e tanto lunga la loro attesa.
Che vergogna in questa interiore guerra dei nervi davanti alle coppiette beffarde del foyer in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino, come se ci fosse di che restar confusi…
Noi, fuggendo la solitudine e l’angoscia ci buttiamo in qualsiasi compagnia, e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso ti perseguiteranno fino alla tomba.
Le amicizie si formano in modo assurdo: gli uni si danno al bere senza una ragione, gli altri non sono interessati che ai fronzoli e alle donnacce, e c’è pure chi sembra occupare il tempo in discussioni astratte, ma di fatto si somigliano tutti tra di loro…
Molte son le forme della vanità! O l’una, o l’altra chiassosa compagnia… Non saprei a quante di queste io sia riuscito a sfuggire!
E come caduto in un nuovo tranello, sono riuscito a sfuggire, lasciandovi il pelo, sono sfuggito! Mi sei dinanzi, vuota libertà… Perché diavolo mi sei necessaria! Mi sei cara e insieme odiosa, come una moglie non amata e fedele.
E tu, amata mia, come stai tu? Ti sei liberata delle tue vane preoccupazioni?
A chi adesso appartengono i tuoi occhi strabici e le tue bianche, splendide spalle?
Pensi certo che io mi vendichi, che in qualche parte mi precipiti in taxi, ma se anche lo facessi dove scenderei? Eppure non potrei liberarmi di te! Con me le donne si rinchiudono in sé, perché sentono d’essermi ora del tutto estranee.
Abbandono la testa sulle loro ginocchia, ma non a loro, a te appartengo…
Or non è molto sono stato da una in una brutta casupola di via Sennàja.
Ho appeso il paltò a un misero attaccapanni. Sotto un abete spoglio da un lato, con le lampadine fioche, rilucendo con le sue pantofoline bianche, sedeva una donna, severa come una bambina.
Avevo così facilmente ottenuto il permesso di venire, che ero sicuro di me e troppo inebriato, come oggi si usa e le avevo portato non fiori, ma vino.
Ma tutto apparve molto più complicato…
Ella taceva e modestamente due goccette trasparenti, due orecchini, brillavano sui suoi lobi rosati. E, come sofferente, guardandomi confusa, sollevando il suo corpo di fanciulla, mi disse con voce smorzata: “Vattene… È meglio di no… Lo vedo, non sei mio, ma suo…”
Mi amava una ragazzetta dalle maniere rudi, da maschiaccio, con un ciuffetto sbarazzino e gli occhi trasparenti, pallida di paura e tenerezza.
Eravamo in Crimea. C’era di notte un temporale e la ragazzina al bagliore dei lampi mi sussurrava: “Mio piccolo! Mio piccolo!” e mi copriva gli occhi col palmo della mano.
Intorno tutto era spaventosamente solenne, il tuono e il gemito sordo del mare, quando all’improvviso ella, con una lucidità tutta femminile, mi gridò: “Non sei mio! Non sei mio! "
Addio, mia amata!
Io sono tuo, cupo e fedele, e la solitudine è la più fedele di tutte le fedeltà.
E non importa se sulle mie labbra non fonde più la neve d’addio del tuo monchino.
Grazie alle donne belle e infedeli per tutto ciò che è durato un istante, per quell’addio! che non è un “arrivederci!”, perché, fiere come regine nella loro menzogna, ci regalano delle dolci sofferenze e i magnifici frutti della solitudine.

Evgenij A. Evtusenko 1959

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