25 luglio 2017

Treno senza meta

L'agorafobia di mio padre rendeva ogni allontanamento da casa un processo bizzarro e ritualistico, governato da misteriosi malumori. Ma, con una dose sufficiente di medicinali, a volte l'intera famiglia poteva partire in vacanza. Quelle stesse medicine che gli rilassavano i nervi consentendogli di affrontare il mondo là fuori, così grande e cattivo, facevano di lui un guidatore inaffidabile che ondeggiava svagato lungo le strade; e qualunque fosse la nostra destinazione - la California, Vancouver - ci sembrava lontanissima. La nostra macchina vecchia e scassata prendeva invariabilmente fuoco sulle salite più ripide (mia sorella aveva il compito di spruzzare acqua fredda non appena vedeva alzarsi il fumo dal tappetino), e con noi sette figli ammassati uno sull'altro c'era sempre qualcuno che soffriva il mal d'auto. Tenevamo quindi a portata di mano una vecchia casseruola, "la sputacchiera", in modo che papà non fosse costretto a fermarsi ogni volta che uno di noi doveva vomitare.
Ecco perché non sono mai stato il classico tipo vacanziero. Da giovane provai con l'Europa, ma eravamo a Parigi da due giorni quando la donna che frequentavo all'epoca mi disse che aveva bisogno di starsene un po' da sola, e se ne andò a Barcellona con un altro. Per tre giorni andai all'Hôtel de Ville per ragioni inconfessabili e lessi l'edizione completa delle opere di Dashiell Hammett. Nessuno mi aveva mai pugnalato alle spalle in quel modo: la mia sofferenza rafforzò in me la sensazione di essere sprovvisto della raffinatezza del vecchio continente, e in un certo senso Parigi morì dentro di me.
In compenso, mi è sempre piaciuto saltare al volo sui treni merci in corsa. Era economico, sporco, rumoroso, pittoresco, illegale, atletico, pericoloso, e soprattutto non sembrava una vacanza. Perché nel viaggiare in quel modo non c'era nulla di vagamente simile al piacere. Si trattava di un duro lavoro. Camminavi per chilometri su un traballante letto di ghiaia in cerca di un carro merci coperto e dormivi su un giaciglio di cartoni, con i piedi rivolti nella direzione di marcia, in modo da non romperti l'osso del collo in un deragliamento. Bevevi l'acqua da vecchie bottiglie di candeggina. Pisciavi fuori dal portello. Gli orari erano indifferenti alle tue esigenze, e le destinazioni prive di qualunque importanza. Forse c'era qualcosa di romanzesco - i cartelli stradali e le insegne rosse al neon, i binari morti e le tavole calde - ma in realtà per me era solo un modo di perdere tempo. Bastavano le capacità atletiche che acquisisci alle superiori: roba da ginnastica alle sbarre, agli anelli e alle scale svedesi. Se sapevi correre e arrampicarti, se ti piaceva saltare e rimbalzare e cadere, allora i treni marci facevano per te.
Nell'attimo in cui mettevi piede in uno scalo ferroviario, la grandiosità dei convogli ti penetrava dentro. Sembrerà esagerato, ma io provavo veri brividi di potere. Carri merci grandi come balene, locomotive tuonanti con l'occhio bianco da ciclope, cisterne straripanti di mais e grano, cassoni pieni di rottami di metallo, pianali carichi di tronchi, vagoni a tre piani stipati di auto d'importazione. Le incredibili dimensioni dei treni acuivano il senso di trasgressione, e il frastuono del deposito ferroviario era in grado di tramortire chiunque.
In tutto il tempo che ho trascorso vagabondando sulle strade ferrate, non ho mai avuto grossi problemi. I tizi che lavorano sui treni sono uno dei rari esempi di persone che amano con passione la loro attività e, di conseguenza, sono contenti di condividerla, quasi fossero custodi di un'antica tradizione e l'anima dell'America fosse racchiusa nel loro lavoro. Con un cenno della mano rivolgevo un saluto collettivo ai frenatori nella cabina e chiacchieravo disinvolto con gli addetti alla pulizia degli scompartimenti, i quali magari tiravano fuori dalla tasca una nota di carico e mi indicavano una tratta decente, un carro o un cassone disponibili sul primo treno in partenza.
I vagoni coperti erano il mezzo di trasporto migliore perché offrivano una visione panoramica e una certa protezione da pioggia, sole e neve. Incastravo un pezzo di legno nel portello in modo che mentre dormivo non si chiudesse di scatto trasformando il vagone in un sepolcro. La maggior parte delle notti però restavo sveglio fino a tardi per via di tutto quel sobbalzare. Amavo il fragore dei passaggi a livello, con le righe bianche e rosse come lecca lecca, le luci lampeggianti, una macchina o due che attendevano nel chiarore rossastro con il motore al minimo.
Nel giro di pochi giorni mi ritrovavo sudicio, con un cerchio nero che mi contornava il viso. Ma la sporcizia non era fastidiosa: anzi, marchiava i miei viaggi come una sorta di timbro sul passaporto. Mi portavo sempre dietro un paio di guanti per mantenere le mani abbastanza pulite quando mi arrampicavo sui ganci, ma in linea di massima preferivo essere sporco e sentirmi straniero e malvisto. Era una sensazione che alimentava in me una piacevole nostalgia e mi faceva scoprire una riserva di fede che ignoravo di possedere. Lo sporco era un conto corrente, una misura di ricchezza, e così, con il passare dei giorni e dei chilometri, avevo l'impressione che stavo diventando qualcuno.

Charles D'Ambrosio

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