23 giugno 2016

Hotel a zero stelle

Tutti noi sappiamo bene quanto possa essere stupido il tempo che ci è toccato in sorte, ma è una conoscenza che diamo per scontata. Solo quando veniamo toccati nel vivo diventiamo consapevoli che il nostro tempo è davvero stupido. Il passaggio dal semplice sapere che il nostro tempo è stupido all’essere consapevoli che è davvero stupido è fonte di un dolore strano, non sempre facile da avvertire, ma comunque lancinante. Quasi tutto quel che David Foster Wallace ha scritto parla di questo particolare tipo di dolore. Per lui, però, il mero parlarne non bastava. Sollevò pubblicamente la questione nel 1991, nel corso di un’intervista: “La maggior parte di noi conviene che questi sono tempi oscuri e stupidi, ma abbiamo bisogno di una narrativa che si limiti a drammatizzare quanto tutto sia oscuro e stupido?”
La risposta a questa domanda retorica è ovviamente no. Il punto è trovare un’alternativa, ammesso che esista.
Jonathan Frenzen, che di Wallace è stato un caro amico per molti anni, racconta: “Avevamo la sensazione che la narrativa dovesse essere utile a qualcosa. La conclusione cui giungemmo, in sostanza, è che il suo compito è quello di combattere la solitudine”. Wallace si è espresso più volte in termini analoghi: diceva che la buona scrittura dovrebbe aiutare i lettori “a diventare meno soli dentro”. Non diceva “sentire” ma “diventare”, quasi a sottolineare che il risultato deve essere concreto, reale.

Tommaso Pincio

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