31 marzo 2015

Simposio

XVI. Ciascuno di noi è dunque come un contrassegno d’uomo, tagliato com’è, a somiglianza delle sogliole, da uno in due; e cerca quindi sempre il contrassegno a lui corrispondente. Ora, tutti quegli uomini che sono frazione del sesso comune, quello che allora si chiamava andrògino, sono amanti delle donne, e da tal sesso deriva la maggior parte degli adulteri: come pure ne derivano tutte le donne adultere e appassionate per gli uomini. Invece, quante delle donne sono frazione di donna, agli uomini non volgono affatto il pensiero e son tratte piuttosto verso le donne; onde, da questo sesso, nascono le tribadi. Quelli, infine, che son frazione di maschio, corron dietro ai maschi, e finché son fanciulli, appunto per la loro natura di parti di maschio, amano gli uomini e godono a giacere e a stare abbracciati cogli uomini; e questi sono i migliori tra i ragazzi e tra i giovinetti, perché dotati della natura più virile. Alcuni, veramente, dicono che essi sono svergognati, ma a torto; perché essi fanno così non per impudenza, ma per la loro indole ardita e maschia e virile, prediligendo ciò che è simile a loro. Ce n’è la prova, e di gran peso: solo uomini di questo genere, giunti in età matura, riescono nella vita politica. Quando poi sono adulti, s’innamorano dei fanciulli, e alle nozze e alla procreazione dei figliuoli non rivolgono il pensiero per loro tendenza, ma solo per imposizione della legge; giacché, per loro conto, sarebbero soddisfatti di viver sempre gli uni cogli altri, senza sposarsi. E’ con tal natura, insomma, che si diventa amatori di fanciulli e fanciulli amanti del proprio amatore, sempre prediligendo ciò che a sé è congeniale. E quando, dunque, o l’amante o qualsiasi altra persona s’incontri proprio con quella sua metà, allora restano entrambi mirabilmente presi di amicizia, familiarità ed amore, e non vogliono separarsi l’uno dall’altro, per così dire, neppure un istante. Così, son questi quelli che trascorrono insieme tutta la vita, e che non saprebbero poi dire che cosa desiderano d’ottenere l’uno dall’altro; giacché nessuno può credere che sia l’intimità amorosa, la causa per cui godono con tanto rapimento della reciproca convivenza; anzi è chiaro che a qualche altra cosa tende l’anima di entrambi, che però non sa esprimere: e pure indovina ciò che vuole, e lo significa oscuramente. E se, mentre giacciono insieme, venisse accanto a loro Efesto coi suoi strumenti, e domandasse: - Che cos’è dunque che desiderate, o uomini, di ottenere l’uno dall’altro? - e se, restando quelli nell’imbarazzo, di nuovo chiedesse: - Forse desiderate questo, di trovarvi il più possibile insieme nello stesso luogo, in modo da non separarvi l’uno dall’altro né di giorno né di notte? Ché se questo bramate, io vi voglio fondere e concreare insieme in una stessa persona, in modo che diventiate di due uno e, la vita che avete da vivere, la viviate tutti e due insieme come un solo essere; e quando poi sarete giunti alla fine, anche laggiù nell’Ade siate uno solo invece di due, dopo una morte in comune. Guardate dunque, se questo è il vostro desiderio, e se vi basta di poterlo esaudire - sappiamo bene che, udendo questo, nessuno ricuserebbe né mostrerebbe di desiderar altro; anzi, crederebbe di aver sentito proprio quello che da tanto tempo bramava, di divenir cioè, di due, uno solo coll’amato, unendosi e fondendosi con lui. Infatti, la ragione è questa, che tale era la nostra antica natura, e che noi eravamo interi: ed è dunque la tendenza e la corsa verso la totalità che ha nome amore. Come ho detto, prima d’allora eravamo un solo essere; ora invece, per la nostra iniquità, siamo stati divisi di casa dal dio, come gli Arcadi dai Lacedemoni. Onde c’è da aver paura che, se non siamo rispettosi verso gli dei, non veniamo spaccati di nuovo, e non dobbiamo andare in giro nelle condizioni di quelli raffigurati in bassorilievo sulle stele, segati in due lungo il naso, ridotti come metà di contrassegni. Per tal ragione, dunque, conviene che ognuno esorti ciascun altro a comportarsi piamente verso gli dei, sia per sfuggire a questi mali, sia per conseguire quei beni, per cui ci è guida e duce Amore. A cui nessuno si opponga: ché gli si oppone solo chi è in odio agli dei. Mentre, se diventiamo amici del dio e ne acquistiamo la confidenza, riusciremo a ritrovare e a conquistare proprio i fanciulli nostri, come ora accade a pochi. E non mi riprenda Erissimaco, motteggiando sul mio discorso, coll’idea che io alluda a Pausania e ad Agatone; può essere, infatti, che anch’essi siano di quelli, ed abbiano entrambi maschia natura; io però parlo in generale, di ogni uomo e di ogni donna, e dico che allora, veramente, la nostra stirpe diventerebbe felice, se noi riuscissimo a raggiungere il fine del nostro amore ritrovando ciascuno proprio il suo amato e ritornando così alla sua antica natura. Se questo, quindi, sarebbe il bene massimo, ne consegue che delle possibilità presenti la migliore è quella che più gli sta vicina: e cioè che ciascuno càpiti con un innamorato di temperamento che si accordi col suo. Per il che, se vogliamo elevar inni a un dio, è giusto che li innalziamo ad Amore, il quale per ora, intanto, ci giova in massimo grado, indirizzandoci verso ciò che ci è affine, e per l’avvenire ci dà le più grandi speranze che, se noi continueremo a dimostrar reverenza verso gli dei, egli, risanandoci e restituendoci alla nostra antica natura, ci renderà felici e beati.
Questo, o Erissimaco, è il mio discorso su Amore, diverso dal tuo. E, come t’ho pregato, non starmelo a mettere in canzonatura; in modo che possiamo pure ascoltare che cosa dirà ciascuno dei rimanenti, o, meglio, di questi due: giacchè non restano che Agatone e Socrate.

— Platone

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