12 aprile 2015

Si ritorna

Se pensiamo che Dante muore in esilio e il Petrarca è incoronato in Campidoglio, che Machiavelli finisce com’egli stesso si descrive in una lettera famosa; che l’Ariosto è fatto di poeta «cavallaro», mentre solo la follía toglie i beneficii della fortuna al Tasso, che tuttavia alla fine è proposto anche lui al sommo onore dell’incoronazione in Campidoglio; se pensiamo che da una delusione è accolto il primo apparire dei Promessi Sposi e che il Leopardi passa di vita quasi ignorato, quando si sa a quali venturosi onori pervenne il Monti, dobbiamo convenire che in questa nostra Italia d’immaginazioni storiche, di prodigiosa ricchezza in dolcissime e forti e piene sonorità verbali e di bellezze formali purissime e di magnificenze naturali, in questa nostra Italia miracolo di sensi e di valori ha piú diritto di cittadinanza chi sa dire piú parole che cose; dobbiamo convenire che può riuscire perfino crudele, troppo difficile, insopportabile, lo sforzo lucido che deve durare chi voglia esprimere nudamente delineando le dure sagome delle cose da dire: cose e non parole, cose prepotenti che esigano da noi un assoluto rispetto per la loro nuda verginità.
Ma a chi sa durar questo sforzo - passano gli anni, passano anche i secoli - si ritorna. A Dante, sempre, si ritorna. Si ritorna a Machiavelli. Si ritorna all’Ariosto. Si ritorna al Leopardi e al Manzoni. E si ritorna a Giovanni Verga.

— Luigi Pirandello, Discorso alla Reale Accademia d’Italia (1931)

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