4 maggio 2015

Come un romanzo

Quel che noi leggiamo, lo taciamo. Il piacere del libro letto lo teniamo spesso gelosamente segreto.
Sia perché non vi vediamo materia di conversazione, sia perché prima di poterne dire una parola dobbiamo lasciar fare al tempo la sua splendida opera di distillazione. Questo silenzio è il garante della nostra intimità. Il libro l’abbiamo letto, ma noi ci siamo ancora dentro. La sua semplice evocazione offre rifugio ai nostri no. Il libro ci mette al riparo dal Grande Esterno, ci offre un osservatorio, posto molto al di sopra dei paesaggi contingenti. Abbiamo letto e taciamo. Taciamo perché abbiamo letto. Pensate un po’ come sarebbe bello vedere qualcuno aspettarci al varco della nostra lettura per domandarci: “E allooora? E’ bello? Hai capito? A rapporto!”
A volte è l’umiltà a esigere da noi il silenzio. Non la gloriosa umiltà degli analisti di professione, ma l’intima, solitaria, quasi dolorosa consapevolezza che questa lettura, questo autore ci hanno, come si usa dire, “cambiato la vita”!
Oppure, all’improvviso, quest’altra folgorazione, da lasciarti senza parole: com’è possibile che quel che mi ha tanto sconvolto non abbia minimamente modificato l’ordine del mondo? […]
Che dei libri possano a tal punto sconvolgere la nostra coscienza e lasciare che il mondo vada a rotoli ha di che toglierci la parola.
Silenzio, dunque…

— Daniel Pennac

1 commenti:

Gigliola Vegro ha detto...

L'unico libro che ha messo in crisi il mio pensiero, è stato il Codice da Vinci,le mie convinzioni per mesi sono state messe a dura prova,ho ragionato e ragionato,alla fine una conclusione veritiera per me,è arrivata.

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