22 giugno 2015

Firenze

“Se ti chiedono: "Tu di dove sei?” Cosa rispondi? La città dove sei nato, anche se magari sei venuto via da piccolo? Oppure quella in cui hai vissuto più a lungo, anche se ti ci sei trasferito quando avevi trent'anni?
Ovviamente non posso sapere cosa risponderà ogni lettore di queste pagine, ma per quello che mi riguarda sono convinto che la propria città è quella dove si è trascorsa l'adolescenza, perché è negli anni in cui il mondo prende un rilievo autonomo, quando ci si comincia a muovere liberamente, si diventa indipendenti (o almeno si è convinti di esserlo), è allora che il luogo dove si vive non è più una famiglia, una scuola, un appartamento, al massimo un giardino pubblico, ma si allarga, si modella, prende un'identità. Diventa un nome proprio. E’ un fatto emotivo, ancor prima che razionale, ti appropri dei palazzi, dei monumenti, dei suoni, degli odori, delle luci, all'inizio pensando che siano gli unici possibili. Ma appena ti muovi, anche per un breve viaggio o una vacanza al mare, cominci a cogliere le differenze dal resto del mondo e quella città ti finisce dentro, capisci che la potresti riconoscere anche solo per una strada di periferia, per un muro a secco lungo una viuzza sulle colline, per uno squarcio che appare dietro una curva cieca e soprattutto per come la luce scorre sulle cose, per la sua consistenza che non è mai uguale da un posto all'altro. Comprendi l'identità della tua città, proprio mentre stai costruendo la tua identità. Non apparterrai mai a un altro posto, anche se magari quello finirai per odiarlo, per volerne fuggire, per fuggirne davvero deciso a non rivederlo più e passerai decenni altrove.
La mia città è Firenze, anche se potrei elencarne i difetti uno dopo l'altro in una lunga lista: i vizi dei suoi abitanti, le mille cose che non funzionano, i suoi limiti, le sue presunzioni. Ma gli appartengo, come gli appartengono i fotografi che hanno partecipato a questo libro. Questa dell'appartenenza non è una questione secondaria, perché il modo in cui guardo alla mia città, sapendo ogni momento quello che mi sta intorno, potendolo dare per scontato proprio perché è mio, rende lo sguardo di un abitante diverso da quello di un visitatore, per quanto consapevole e disponibile sia.
Se chiamiamo qualcuno da fuori per fotografare una città, lo “straniero” dovrà necessariamente fare i conti con ciò che quella città è, soprattutto quando è molto bella e molto famosa come la nostra. Non potrà ignorarne i tratti fondamentali e riconoscibili, anche se magari ne darà una lettura distorta, provocatoria, degradata, ecc. Ma se quella che ho deciso di fotografare è la mia città, allora mi potrò permettere di dimenticare ogni gerarchia, perché rimarrà comunque fissa dentro di me, e il mio sguardo, la mia fotografia conterrà la città anche se non sarà per nessun verso riconoscibile".

— G. Va Straten, Introduzione (in Firenze inaspettata, Firenze 2014)

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