28 agosto 2015

La maglia di lana

Quanti, nella vita, hanno indossato le maglie di lana? Se non sei di quelli che hanno il fisico bestiale, un uomo che non deve chiedere mai e che porta anche in pieno inverno camicie sottili come un velo d'uovo aperte fino all'ombelico, se non sei un SEAL o un sergente dei marines provato da mille sbarchi, certo, le hai indossate. Molti, anche se di nascosto, le hanno indossate.
Ma io qui non parlo delle maglie industriali fatte di lana morbida, carezzevole, impalpabile, che ti avvolge come seta e da conforto e calore, io parlo (e al ricordo rabbrividisco) delle tragiche maglie di lana fatte in casa.
Eppure erano mani di solerti avole o di madri amorose quelle che, impugnati i ferri da calza e una matassa di lana di pecora, cominciavano alacremente a sferruzzare pensando, con affetto, "quest'inverno il mio bambino non patirà il freddo, e la maglia di lana che gli sto confezionando, come un usbergo lo proteggerà dai rigori del gelo e gli risparmierà raffreddori e ben più gravi, Dio non voglia, malanni", e giù un altro giro di maglia.
E la COSA era prestamente confezionata, il supplizio era allestito e pronto.
Perchè di supplizio si trattava, di penitenziale cilicio che eravamo costretti a portare, ignari e inconsapevoli di eventuali voti religiosi atti a lavarci l'anima da peccati che non avevamo commesso.
La maglia di lana casalinga "bucava", dicevamo, ma qual verbo era solo leggera metafora della sofferenza generale che ci era imposta, perchè non solo bucava, ma anche cagionava prurito, pungeva, scorticava. Giorno e notte, notte e giorno. Passavi il tuo tempo a tentare di staccartela dalla pelle, a schiacciarcela contro, a grattarti.
Questo, almeno per una settimana circa. Dopo, finalmente domata, resa più docile, la si indossava come una qualsivoglia T-shirt di sottile cotone, e i disagi venivano subitamente dimenticati.
Non sapevamo di altre possibilità, era una delle mille avversità che la vita ci presentava e ci avrebbe, da lì in avanti, sempre presentato, era qualcosa scritto nelle misteriose spire del cosmo, era così, insomma, e basta. Fortuna è che, allora, non ci si cambiava tanto spesso, e i periodi di martirio non erano moltissimi durante l'inverno.
Chi ha portato le maglie di lana casalinghe ricorderà anche, con un sussulto d'angoscia, i costumi da bagno di lana, fatti sempre a mano.
D'estate, chi aveva un fiume o un lago vicino (a volte anche il mare) andava a bagnarsi. Nel migliore dei casi, andava a nuotare.
Ma era lontana da ogni immaginazione l'idea di comperare un acconcio costume da bagno. Poi, dove diavolo era un negozio che vendeva costumi da bagno? Cosi come, spesso, le mutande di noi ragazzi erano approntate in casa utilizzando la stoffa di vecchie camicie, ugualmente, alle nostre stravaganti richieste ("Un costume da bagno? Per che cosa?), qualcuna in casa provvedeva a sferruzzarne uno. Di lana. Massima concessione, l'uso di lana colorata.
Retto da un elastico, non era tutto sommato neanche brutto a vedersi. Bastava non bagnarlo.
E' che un costume da bagno tende inevitabilmente a essere, prima o poi, bagnato. Allora accadeva l'irreparabile. La lana si gonfiava, si accasciava su se stessa, ci mollava da tutte le parti, e finiva per mostrare orrendamente quello che il costume e la pudicizia avrebbero dovuto tenere nascosto.
Per fortuna, dopo un paio d'anni, anche nei più riposti angoli d'Italia si trovarono in vendita regolari costumi da bagno in cotone.

Francesco Guccini

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