19 dicembre 2015

Atlante di geografia umana

Tutto mi faceva male, e continuò a farmi male anche quando lo persi di vista. Due anni dopo mi laureai anch'io, mi allontanai senza rimpianto dall'università ma non lo dimenticai, il suo ricordo continuava a farmi male. Inevitabilmente l'immagine del suo volto, del suo corpo, di quella camicia rossa, di quelle scarpe marroni con le stringhe molto grosse si sovrapponeva automaticamente al di là della mia volontà alla camicia, alle scarpe, al volto e al corpo di tutti gli uomini che conoscevo, di quelli che vedevo per strada, di quelli che lavoravano al mio fianco, e di quelli che semplicemente erano in qualsiasi angolo del mondo. Non mi aspettavo di rivederlo più, ma per quanto me lo proponessi non riuscii nemmeno ad estirparmi dalla mente la fantasia di un incontro casuale, estremamente accidentale, un purissimo capriccio del destino, e a volte la sera a letto inventavo da sola la storia di quell'amore improbabile, e mi addormentavo mentre definivo minuziosamente i minimi dettagli, il contatto delle sue mani, il sapore della sua pelle, le confidenze a letto dopo l'amore, la placida indolenza che gli avrebbe allentato un istante le spalle dopo essersi separato dalla donna che stava amando, artifici a cui ricorreva la mia testarda immaginazione per assediare senza tregua una memoria traditrice e dolorosa.

— Almudena Grandes

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