11 dicembre 2015

Federico

Federico ebbe un presentimento della sua morte. Una volta che tornava da una tournée teatrale mi chiamò per raccontarmi un fatto molto strano. Insieme agli artisti de La Barraca era arrivato ad un lontanissimo villaggio della Castiglia e con la troupe si era accampato nei dintorni. Agitato dalle preoccupazioni del viaggio, Federico non dormiva. All’alba si alzò e si mise a vagare da solo per i dintorni. Faceva freddo, quel freddo di coltello che la Castiglia riserva al viaggiatore, all’intruso. La nebbia si scioglieva in cumuli bianchi e trasformava tutto con la sua dimensione fantasmagorica.
Una gran cancellata di ferro arrugginito. Statue e colonne spezzate, cadute fra le foglie morte. Si fermò sulla porta di una vecchia proprietà. Era la porta d’accesso al vasto parco d’una tenuta feudale. L’abbandono, l’ora e il freddo, rendevano la solitudine più penetrante. Federico si sentì improvvisamente accasciato per ciò che sarebbe potuto capitare in un’alba come quella, per qualcosa di confuso che doveva succedere. Si sedette su un capitello caduto.
Un piccolo agnellino cominciò a brucare l’erba fra le rovine e la sua apparizione era come un piccolo angelo di nebbia che umanizzava all’improvviso quell’abbandono, cadendo come un petalo di tenerezza sulla solitudine del luogo. Il poeta si sentì in compagnia.
Ad un tratto un branco di maiali entrò nel recinto. Erano quattro o cinque bestie scure, maiali neri semiselvaggi, con fame feroce e zoccoli di pietra.
Federico assistette allora ad una scena spaventosa. I maiali si gettarono sull’agnello e con orrore del poeta lo fecero a pezzi e lo divorarono.
Questa scena di sangue e di solitudine indusse Federico ad ordinare al suo teatro ambulante di continuare immediatamente il viaggio.
Ancora pieno d’orrore, tre mesi prima della guerra civile, Federico mi raccontava questa storia terribile.
Mi resi poi conto, con sempre maggior chiarezza, che quel fatto fu la rappresentazione anticipata della sua morte, la premonizione della sua incredibile tragedia.

(tratto da Confesso che ho vissuto di Pablo Neruda)

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