8 dicembre 2015

Nel mondo a venire

Non volevo tornare a casa senza trovarci mia madre e dover affrontare la strana rimozione di mio padre e lo smarrimento dei miei fratelli minori, davanti ai quali continuavo a cercare di comportarmi come se tutto ciò che stava succedendo fosse normale. Ma poi cominciò a montarmi – ricordo che la cosa mi sorprese – una grandissima rabbia, e dissi al controllore con una tale foga che si voltò a guardarmi, così come un paio di altre persone intorno a noi: Io su questo treno ci salgo. Probabilmente dovetti sembrargli un pazzo. Figliolo, mi dispiace ma non è possibile, disse il controllore dopo avermi squadrato, mi disse mio padre, dissi ad Alex, e forse fu il tono gentile con cui parlò, o il fatto che usò la parola «figliolo», ma di punto in bianco, senza neanche rendermene conto, scoppiai in lacrime lì al binario. Nel senso che persi proprio il controllo, lacrime, moccio e tutto, lì impalato e intirizzito dal freddo col completo addosso, forse ancora coi sali nel taschino, e tutta l'emozione repressa, tutta l'emozione che avrei voluto condividere con Rachel quando l'avevo chiamata il giorno che erano morti i nostri genitori e che avevo trattenuto durante il funerale del padre, cominciò a venire in superficie, tutta insieme. E allora dissi al controllore: La prego, dissi, la prego: mia madre sta morendo. Devo tornare a casa. Devo tornare a casa in tempo, la prego, continuavo a ripetere. Mia madre sta morendo. E mi sentivo come se fosse vero: come se stesse morendo ma non fosse ancora morta, o come se il treno mi potesse riportare indietro nel tempo.

— Ben Lerner

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