10 febbraio 2016

Confesso

Federico ebbe un presentimento della sua morte. Una volta che tornava da una tournée teatrale mi chiamò per raccontarmi un fatto molto strano. Insieme agli artisti de La Barraca era arrivato ad un lontanissimo villaggio della Castiglia e con la troupe si era accampato nei dintorni. Agitato dalle preoccupazioni del viaggio, Federico non dormiva. All’alba si alzò e si mise a vagare da solo per i dintorni. Faceva freddo, quel freddo di coltello che la Castiglia riserva al viaggiatore, all’intruso. La nebbia si scioglieva in cumuli bianchi e trasformava tutto con la sua dimensione fantasmagorica.
Una gran cancellata di ferro arrugginito. Statue e colonne spezzate, cadute fra le foglie morte. Si fermò sulla porta di una vecchia proprietà. Era la porta d’accesso al vasto parco d’una tenuta feudale. L’abbandono, l’ora e il freddo, rendevano la solitudine più penetrante. Federico si sentì improvvisamente accasciato per ciò che sarebbe potuto capitare in un’alba come quella, per qualcosa di confuso che doveva succedere. Si sedette su un capitello caduto.
Un piccolo agnellino cominciò a brucare l’erba fra le rovine e la sua apparizione era come un piccolo angelo di nebbia che umanizzava all’improvviso quell’abbandono, cadendo come un petalo di tenerezza sulla solitudine del luogo. Il poeta si sentì in compagnia.
Ad un tratto un branco di maiali entrò nel recinto. Erano quattro o cinque bestie scure, maiali neri semiselvaggi, con fame feroce e zoccoli di pietra.
Federico assistette allora ad una scena spaventosa. I maiali si gettarono sull’agnello e con orrore del poeta lo fecero a pezzi e lo divorarono.
Questa scena di sangue e di solitudine indusse Federico ad ordinare al suo teatro ambulante di continuare immediatamente il viaggio.
Ancora pieno d’orrore, tre mesi prima della guerra civile, Federico mi raccontava questa storia terribile.
Mi resi poi conto, con sempre maggior chiarezza, che quel fatto fu la rappresentazione anticipata della sua morte, la premonizione della sua incredibile tragedia.

(tratto da Confesso che ho vissuto di Pablo Neruda)

Oggi ho nel cuore
un vago tremolio di stelle
ma il mio sentiero si perde
nell’anima della nebbia.
La luce mi tronca le ali
e il dolore della mia tristezza
bagna i ricordi
alla fonte dell’idea.
Tutte le rose sono bianche,
bianche come la mia pena,
ma non sono rose bianche,
è scesa la neve su di loro.
Prima ebbero l’arcobaleno.
E nevica anche sulla mia anima.
La neve dell’anima ha fiocchi di baci e 
scene calate nell’ombra o nella luce di chi le pensa.
La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima rimane,
e gli artigli del tempo
ne fanno un sudario.
La neve si scioglierà
quando verrà la morte?
O avremo altra neve
e altre rose più perfette?
Sarà con noi la pace
come c’insegna Cristo?
O forse il problema
non sarà mai risolto?
Ma se c’inganna l’amore?
Cosa sosterrà la nostra vita
se il crepuscolo ci affonda
nella vera scienza
del Bene che chi sa se esiste
e del Male che incombe alle spalle?
Se muore la speranza
e risorge la Babele,
quale torcia farà luce
sulle strade in Terra?
Se l’azzurro è un sogno
dove mai finirà l’innocenza?
Cosa mai sarà il cuore
se l’Amore non ha frecce?
Se la morte è la morte,
dove finiranno mai i poeti
e le cose addormentate
che nessuno più ricorda?
Oh sole di tante speranze!
Acqua chiara! Luna nuova!
Cuori dei bambini!
Anime rudi delle pietre!
Oggi ho nel cuore
un vago tremolio di stelle
e tutte le rose sono bianche
bianche come la mia pena.

— Federico García Lorca, Canzone d’autunno

Granada, novembre 1918

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