26 febbraio 2016

Il postino e il bigliettaio

Un tempo il postino, almeno in città, arrivava due volte al giorno, di prima mattina e nel primo pomeriggio. Il che rendeva felici gli innamorati lontani che potevano ricevere anche due dolci missive della controparte in una sola giornata. Problema oggi ampiamente risolto con le e-mail o con gli sms.
I postini non avevano scooter, nè utilitarie con la scritta Poste italiane. Andavano in bicicletta, col borsone a tracolla. Forse, anche oggi, qualche giovane sportivo usa le due ruote per recapitare, ma una sola volta la giorno, la posta. Però si scrive molto meno e quello che spesso recapitano è, soprattutto pubblicità. O cartelle esattoriali.
Sull'Appennino le cose erano un poco più complesse. Il postino funzionava in paese, ma se la lettera da spedire era per un abitante di una frazione distante, si aspettava che passasse una persona di quel posto isolato e gliela si affidava "Tè Gino, c'è una lettera per Iolanda di Carletto, tu che abiti li vicino mi fai il piacere di dargliela?". "Li vicno" magari era un chilometro buono. Il concetto di urgenza era molto diverso, e anche quello della privacy.
A quei tempi, sui tram e sugli autobus c'era, oltre all'autista, il bigliettaio. Memorabili la frase "avanti c'è posto", col mezzo gremito all'inverosimile, e le litigate con chi si presentava, nella calca, senza soldi spiccioli per il biglietto.
Altri tempi. Un giorno, sul viale della circonvallazione di Bologna, aspettavo un filobus (o filibus, secondo la dizione popolare). Era agosto, c'era un caldo infernale, la città era deserta di gente e di traffico. Il filobus era in forte ritardo. Di fianco a me alla fermata c'era un'anziana signora che smaniava, impaziente: "Ma quando arrivano, è mezz'ora che son qui, ma dove sono finiti, è uno schifo!", e guardava lontano, nella strada vuota animata improvvisamente da una rara automobile, continuando a lamentarsi.
Finalmente, dal remoto orizzonte, apparve il mezzo pubblico. Lento, sembrava, fra i bagliori trasparenti che si levavano dall'asfalto, un pachiderma sonnolento. Sostava a una lontana fermata e nessuno saliva e nessuno scendeva, poi a quella più vicina, stessa solfa, poi, infine, eccolo alla nostra.
Saliamo. Il bigliettaio, cappello con visiera in testa, grondava sudore e aveva lo sguardo vacuo, perso nel vuoto, disfatto dall'afa, dalla noia, dal calore. La signora era inviperita: "Ma com'è che siete così in ritardo, è un'ora che vi aspetto, ma dove siete stati?"
Il bigliettaio, senza fare una piega, senza guardarla, prendendo il denaro e strappando il biglietto: "A sann stèe in Africa", siamo stati in Africa, signora!

Francesco Guccini

0 commenti:

Posta un commento