1 marzo 2016

Un amore senza fine

Sono sempre stata convinta che fosse Hugh a farmi la corte, ma anche quando a Cambridge me la faceva sul serio, palesava una diffidenza incurabile. Hugh cercò di conoscermi dopo che uscì un mio racconto su un periodico letterario locale, stampato, ricordo, con inchiostro blu su carta gialla; un contributo, il mio, talmente trito e pretenzioso (la solita tiritera con la solita protagonista che somiglia molto all'autrice, soffocata poverina dalla sua stessa cultura e raffinatezza) che cercai di non farmi vedere in giro per una settimana. Ma Hugh riuscì a trovare incantevole quel mio pezzo e quindi a rintracciarmi. Non ci conoscevamo e mi scrisse una letterina molto formale invitandomi per un daiquiri (in quel racconto, l'eroina beveva daiquiri a dozzine) alla Parker House. L'idea di conoscere quel compito e bene intenzionato sconosciuto era troppo seducente perché potessi resistere, cosicché mi presentai alla Parker House vestita di nero con un filo di perline di vetro color lillà.

— Scott Spencer

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