23 maggio 2016

La leggenda del santo bevitore

In quel momento sentì anche il bisogno di lavarsi, e lasciò scorrere nella vasca, dai due rubinetti, acqua calda e fredda. E mentre si spogliava per entrarvi, si rammaricò anche di non avere una camicia di ricambio perché aveva visto, togliendosela, che quella che aveva indosso era molto sudicia e temeva già in anticipo l’attimo in cui, uscito dal bagno, avrebbe dovuto rimettersela.
Entrò nella vasca, consapevole che da lungo tempo non si era più lavato. Fece quel bagno proprio con voluttà, si alzò, si rivestì, e poi non sapeva che altro fare di sé.
Più per imbarazzo che per curiosità aprì la porta della camera, uscì sul corridoio e vi scorse una giovane donna che in quel momento usciva dalla sua camera, proprio come lui. Era bella e giovane, così gli parve. Gli ricordava la commessa del negozio dove aveva acquistato il portafoglio, e un po’ anche Caroline, così che si inchinò lievemente davanti a lei e la salutò, e poiché quella gli rispose con un cenno del capo, si fece animo e le disse senza esitare: «Lei è bella».
«Anche lei mi piace,» rispose la ragazza «un attimo! Forse ci vedremo domani». E scomparve nel buio del corridoio. Ma lui, bisognoso d’amore come era improvvisamente diventato, guardò il numero della porta dietro cui lei abitava.
Era il numero ottantasette. Se lo impresse nel cuore. (…)
Tornò in camera sua, stette in attesa, in ascolto, e già era deciso a non aspettare l’indomani per incontrarsi con la bella ragazza. Anche se il susseguirsi quasi ininterrotto dei miracoli negli ultimi giorni lo aveva già convinto che la grazia si era posata su di lui, pure riteneva, proprio per questo, di essere autorizzato a una specie di spavalderia, così da dover anche, diciamo per gentilezza, prevenire la stessa grazia senza offenderla minimamente. Quando gli parve di sentire i passi leggeri della ragazza del numero ottantasette, aprì appena un po’ la porta della sua camera e vide che era proprio lei che tornava. Quello che invece non notò, certo per la sua lunga mancanza d’esercizio, fu il particolare non trascurabile che anche la bella ragazza si era accorta di lui che spiava. Cosicché la ragazza fece, in fretta e furia, ordine in camera sua, un ordine più apparente che reale, come aveva imparato dal mestiere e dall’abitudine, spense il lume centrale, si sdraiò sul letto, e alla luce della lampada del tavolino da notte prese un libro e si mise a leggerlo, ma era un libro che aveva già letto da tanto tempo.
Dopo un po’ sentì bussare timidamente alla porta, come del resto si aspettava, e Andreas entrò. Rimase fermo sulla soglia pur essendo già sicuro che dopo un istante sarebbe stato invitato ad avvicinarsi. La bella ragazza non si mosse dalla sua posizione, non posò nemmeno il libro, chiese soltanto: «E lei che cosa desidera?».
Andreas, che per il bagno, il sapone, la poltrona, le teste di pappagallo della tappezzeria e il vestito, si sentiva più sicuro, rispose: «Non posso aspettare fino a domani, cara signorina».
La ragazza taceva.
Andreas le si avvicinò, le chiese che cosa leggeva, e disse francamente: «A me i libri non interessano».
«Io sono qui soltanto di passaggio,» disse la ragazza sul letto «rimango soltanto fino a domenica. Da lunedì infatti devo ritornare in scena a Cannes».
«E che cosa fa?» chiese Andreas.
«Sono ballerina al Casinò. Mi chiamo Gabby, non ha mai sentito il mio nome?».
«Sì certo, lo conosco dai giornali» mentì Andreas, e stava per aggiungere: che mi servono per coprirmi. Ma si trattenne.
Si sedette sulla sponda del letto, e la ragazza non ebbe nulla in contrario. Posò anzi il libro, e Andreas rimase fino all’alba nella camera numero ottantasette.

— Joseph Roth

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