18 novembre 2016

Quando

Quando uno non ha abbracciato nessuno da giovane, per anni, per decenni, perché bloccato, per l’educazione, per timidezza, per la solitudine, perché in famiglia non si usa o per altri motivi, quando finalmente abbraccia - perché, a un’età qualsiasi, succede che si sciolgano i nodi - allora lui mentre abbraccia, è come i sordomuti quando imparano col metodo vocale: fanno vibrare le corde e ci contano di emettere quel suono, ma non è che lo sentono: guardano l’altro e se l’altro ha capito sono felici: ci sono riusciti, con l’impegno e il puntiglio, a fare il suono.

Così l’analfabeta degli abbracci, quando finalmente si decide, non ha gesti spontanei, studia come muovere il braccio, la spalla, come stringere di più o di meno, è stupito e impaurito - benché felice - del contatto del corpo sul corpo. È felice, è più felice di altri che hanno sempre abbracciato, fin da piccoli: è felice, è una conquista: ma recita l’abbraccio, è in ansia che gli venga bene, in pratica lo mette in scena, e gli altri se ne accorgono, a volte se ne accorgono e credono che sia un abbraccio finto: invece è il più felice degli abbracci: lui ci è arrivato per strade difficili e quasi piange mentre riesce a fare ciò che per altri è una cosa normale.

Se incontri uno così, devi capire che non è finto, è il più vero dei veri: lui finge ciò che veramente fa perché non lo sa fare senza fingere: è un po’ come il poeta di Pessoa, ma è così vero che dopo l’abbraccio riuscirebbe a volare per la gioia: però nessuno se ne accorge mai perché, come l’abbraccio, anche lo sguardo e gli altri gesti sono troppo incerti, sgrammaticati, come di straniero, e si resta perplessi, diffidenti. Sono persone che fanno fatica nelle cose più semplici, che mai ti aspetteresti. Poi da soli in casa cantano, ridono, scrivono versi.

Carlo Molinaro

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