10 febbraio 2017

Di ciò di cui non si può parlare

Costretto a vivere ogni secondo come tornando da un viaggio in cui non si è potuto trovare il tesoro, di ritorno al presente, a casa, a mani vuote, come se il fare fosse il da farsi, come se trattenersi fosse smettere di essere e l'unico modo di vivere fosse creare utopie, Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, disse: “Ciò di cui non si può parlare, deve essere taciuto”.
Ma precisamente di ciò di cui non si può parlare bisogna parlare, affondare la lingua nell'invisibile convertendo in specchio le parole, navigarci dentro sapendo che sono barche senz'equipaggio, senz'altro interesse che l'enigma di chi o cosa le ha trasformate in fantasmi, una presenza impalpabile ma densa che dobbiamo avvicinare con passi da cieco in quest'universo dove tutto è approssimazione o miracolo di cera!
Con i passi d'un cieco che col bianco bastone fende l'ubiquo centro, là dove palpita l'origine eterna che produce vita a fiotti.
Di lui nulla possiamo dire, ma proprio per questo nell'oscurità è la nostra guida.
Se accettiamo l'ignoranza essa diventa lume: sotto l'apparente vacuità si nascondono i divini splendori.
Benché ora qui non resti altro che uno sguardo qualche voce, qualche fugace bagliore, passi affrettati che indugiano finché non sprofondano nella polvere e orme di piedi, di zampe, lunghi solchi lasciati da vermi d'ombra larve che piangono, reclamano, esigono carezze da chi è privo di mani, avvolti nel vuoto come in una fitta cappa, crisalidi di feltro che aspettano di mettere le ali, di popolare finalmente gli spazi della nostra eterna assenza, dall'interno, tirando calci alla torre, scaraventando fuori l'anello dai suoi muri affinché si apra come un fiore d'oro.
Nudi in mezzo alla notte aprire la bocca inghiottire i lampi che il cielo ci manda.
Ripetere la parola arcobaleno fino a raggiungere l'estasi rendendola ponte fra una lingua morta e un vuoto vivo dove si trova il non incarnato futuro che annuncia il fine d'ogni speranza: il ronzio delle mosche diventa la voce di Dio.
Se quello che cerchiamo non è qui, non è da nessuna parte!
Colui che ha perso le parole anche d'amore deve parlare: con l'indifferente occhio sommerso in un universo di carne di pelle e di marmo, di ardenti chiome e onde fluviali, di luminose labbra che nascondono spirali d'ombra, nel centro del piacere che assassina gli dei scavare come una bestia ferita fino a trovare l'anima.
Capire che l'Essere è qualcosa che si consuma, un falò senza legna che fiamme lancia dal sogno.

Alejandro Jodorowsky - da Di ciò di cui non si può parlare, City Lights Italia, 1998

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