12 febbraio 2017

Taglio netto

Affondai le mani nella frescura dei rampicanti, ascoltai il chioccolio della fontana, e compresi che nulla mi avrebbe fatto rinunciare alle gioie terrene. «Non credo più in Dio», mi dissi senza troppo stupore. Questo ne era la prova: se avessi creduto in lui, non mi sarei tranquillamente adattata a offenderlo. Avevo sempre pensato che a paragone dell'eternità questo mondo non contava nulla; contava, invece, poiché l'amavo, e era Dio, ad un tratto, che non aveva più peso: era dunque evidente che il suo nome, per me, ormai non copriva più che un miraggio. Da molto tempo l'idea che mi facevo di lui si era depurata e sublimata al punto ch'egli aveva perduto qualsiasi volto, qualsiasi legame concreto con la terra, e infine, il suo stesso essere. La sua perfezione escludeva la sua realtà. È per questo che provai così poca sorpresa quando constatai la sua assenza nel mio cuore e nel cielo. Non lo negai per sbarazzarmi di qualcuno che m'incomodava: al contrario, mi accorsi che egli non interveniva più nella mia vita e conclusi che aveva cessato di esistere per me.
Era fatale che giungessi a questa liquidazione. Ero troppo estremista per vivere sotto l'occhio di Dio dicendo al secolo sì e no ad un tempo. D'altra parte, mi sarebbe ripugnato di saltare con malafede dal profano al sacro, e di confessare Dio pur vivendo senza di lui. Non ammettevo compromessi col cielo. Per poco che lo si rifiutasse, era sempre troppo, se Dio esisteva; per poco che lo si ammettesse, era troppo se non esisteva. Cavillare con la propria coscienza, arzigogolare sui propri piaceri, erano cose che mi nauseavano. Fu per questo che non tentai di giocar d'astuzia. Appena la luce si fece in me, tagliai netto.

— Simone de Beauvoir, Memorie di una ragazza perbene, 1958 - Parte seconda

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