19 febbraio 2017

Vita

La vita non è questa noia distillata in cui da sette eternità si fa macerare la nostra anima, non è questa infernale morsa in cui ammuffiscono le coscienze, e che ha bisogno di musica, di poesia, di teatro e di amore per esplodere di quando in quando, ma così poco che non vale la pena di parlarne. L’uomo della terra si annoia a morte, e così profondamente dentro di sé che ora non lo sa più. Si corica, dorme, si alza, passeggia, mangia, scrive, inghiotte, respira, caca come una macchina abbassata di tono, come un rassegnato seppellito nella terra dei paesaggi e che il paesaggio ha soggiogato come un servo che è stato avvinto al ceppo d’un cattivo corpo, e sottoposto a letture, buongiorno, buonasera, come sta, il tempo è bello, la pioggia rinfrescherà la terra, dicono i bollettini d’informazione, venga a prendere il tè, il trictrac, le carte, le bocce, il gioco della dama e gli scacchi, ma non è di questo che si tratta, voglio dire che non è questo a definire la vita immonda in cui viviamo. Quel che la definisce è che ci hanno distillato, a noi tutti, le nostre percezioni, le nostre impressioni, e che le viviamo solo al contagocce, respirando l’aria dei paesaggi dall’alto e dal bordo e l’amore dall’esterno del paniere, senza poter prendere tutto il paniere. E non che l’amore non abbia anima, è l’anima dell’amore a non esserci più. Con me l’assoluto o niente, ed ecco quel che ho da dire a questo mondo che non ha né anima né agaragar.

— Antonin Artaud, Lettera a Henri Parisot, 9 ottobre 1945

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