22 marzo 2017

Paesaggio

Ichna

Nel paesaggio dell’antico maestro
gli alberi hanno radici sotto la pittura a olio,
di sicuro il sentiero conduce alla meta,
un filo d’erba sostituisce autorevole la sigla,
sono le cinque, credibili, del pomeriggio,
il maggio è trattenuto in modo delicato, ma deciso,
così mi sono fermata anch’io – sì, mio caro,
sono io quella donna sotto il frassino.

Guarda quanto mi sono allontanata da te,
che cuffia bianca ho, che gonna gialla,
come stringo il cestino per non cadere dal quadro,
come sfoggio un destino altrui
e mi riposo dai misteri vivi.

Anche se mi chiamassi, non ti sentirei,
e anche se ti udissi, non mi volterei,
e anche se io facessi quel gesto impossibile,
il tuo viso mi parrebbe estraneo.

Conosco il mondo per sei miglia intorno.
Conosco erbe ed esorcismi per ogni malanno.
Dio guarda ancora il mio cucuzzolo.
Continuo a pregare di non morire all’improvviso.
La guerra è castigo, e la pace premio.
I sogni vergognosi vengono da Satana.
Ho un’anima ovvia come un nocciolo di prugna.

Non conosco i giochi del cuore.
Non conosco le nudità del padre dei miei figli.
Non credo che il Cantico dei Cantici
abbia una brutta copia contorta e tormentata.
Quello che voglio dire è in frasi fatte.
Non uso la disperazione, non è cosa mia,
me l’hanno solo affidata in custodia.

Anche se mi tagliassi la strada,
anche se mi guardassi negli occhi,
ti scanserei sull’orlo d’un abisso più sottile d’un capello.

A destra c’ è la mia casa, che conosco da ogni lato,
insieme ai suoi scalini e all’entrata,
e dentro accadono storie non dipinte:
il gatto salta sulla panca,
il sole cade sulla brocca di zinco,
dietro al tavolo siede un uomo ossuto
e aggiusta un orologio.

Wisława Szymborska

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