18 maggio 2017

Appartenersi è il punto di ritorno

Ti scrivo oggi da un posto che chiamano futuro, ma cui ho dato il nome di possibilità. Le cose che mi circondano hanno il sapore della cenere, più volte le ho disintegrate, più volte le ho ricostruite. Tutto è momentaneo e prigioniero dei calendari retrogradi e recidivi. Il tempo è un maggiordomo fedele, custode del Vuoto, sacerdote delle emozioni, nei sobbalzi legge il mutevole ciclo. E la Storia è uno schiavista che non ha pietà dei suoi figli. Non mi appartengono le biografie di certi scrittori, le loro tristezze, la nostalgia dei loro oceani. Sono ben lontano dalla fotografia spezzata di una solitudine che credono di colmare con la scrittura. Questo è stato un anno bisestile: il giorno in più che il condannato a morte chiede per vedere un'altra alba, poiché sopravvivere non è una scelta, ma un istinto innato. Alzo lo sguardo al cielo, oltre questa giungla di nidi di cemento, alle stelle impotenti e mute di tutto quel che è stato il dolore, le preghiere, le attese stupide e finte, di me e di tutti quelli che sono stati e di quelli che verranno ancora. Non sono queste però le belle parole di un discorso comune a tutti. Calligrafia, segno, accenti: tutto è nel mio sangue, scovato e assediato. Non cercavo ragioni, né rimedi, ma strade. Attendere se stessi non è mai un'illusione: è la sola vera ricerca. Appartenersi è il punto di ritorno. Abbi di te la cura che dio non riserva ai destini degli uomini. Ora che niente è mutato. Ora che tutto è mutato. Poeta.

— Cardiopoetica

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