5 giugno 2017

La femmina nuda

Eravamo stati insieme cinque anni e, come sempre accade, tra noi si era creato un territorio indistinto, una striscia di Gaza della quale entrambi rivendicavano la proprietà. Era mio o suo un modo di dire, di strascicare una consonante per imitare il mio dialetto? E quella canzone? Mi vestivo così perché piaceva a me o perché lui mi aveva detto che stavo bene? Chi era stato il primo a ordinare sempre il secondo caffè la mattina al bar rendendo quel gesto inevitabile?
Separarsi non significa tornare a essere quello che si era prima di conoscere la persona da cui ci si separa. Magari fosse così semplice. Non si diventa mai quello che si è già stati. E non solo perché è passato del tempo. Separarsi significa diventare una persona nuova. Quella che rimane dopo aver sciolto con il tempo e la pazienza la treccia di un amore finito. Molte cose, ovvio, rimangono impigliate. E ogni volta che te ne accorgi, ogni volta che fai un gesto, usi una parola che era di lui, vostra, rabbrividisci.
Si dice sempre che sarebbe meglio separarsi in fretta, ai primi sintomi. Non strascicare i rancori nella speranza che con il tempo la rabbia si trasformi in amore. La rabbia non si trasforma in amore, mai. Quando sei fortunata si trasforma in affetto, ma in amore mai.

— Elena Stancanelli, La femmina nuda, La nave di Teseo editore, Milano 2016

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