13 giugno 2015

Telemaco

Così dicendo baciò il figlio e per le guance il pianto a terra scorreva: prima l’aveva frenato.
Telemaco – poiché non ancora credeva che fosse il padre – gli disse di nuovo, rispondendo, parole: «No, tu non sei Odisseo, non sei il padre mio, ma m’incanta un nume perché io soffra e singhiozzi di più.
Mai un mortale poteva far questo con la sua sola mente, a meno che un dio, senza fatica, a sua voglia venisse a farlo giovane o vecchio; tu poco fa eri un vecchio e malamente vestivi, e ora somigli agli dèi che il cielo vasto possiedono».
E ricambiandolo disse l’accorto Odisseo: «Telemaco, non va che tu, avendo qui il caro padre tornato, lo guardi stordito, con troppo stupore.
Un altro Odisseo non potrà mai venire, perché son io, proprio io, che dopo aver tanto errato e sofferto, arrivo dopo vent’anni alla terra dei padri.
E questa è azione d’Atena, la Predatrice, che mi fa come vuole, e può farlo, a volte simile a un mendicante, altre volte a un uomo giovane, con belle vesti sul corpo: facile ai numi, che il cielo vasto possiedono, fare splendido o miserabile un uomo mortale».
E così detto sedeva: allora Telemaco, stretto al suo nobile padre, singhiozzava piangendo.
A entrambi nacque dentro un bisogno di pianto: piangevano forte, più fitto che uccelli, più che aquile marine o unghiuti avvoltoi, quando i piccoli ruban loro i villani, prima che penne l’abbian l’ali: così misero pianto sotto le ciglia versavano.

— Omero, Odissea: Telemaco riconosce Odisseo; libro sedicesimo.

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