Il più lontano ricordo che io abbia della mia vita è il ricordo di una camera grande e alta di soffitto. Era di sera, in quella camera buia e triste; le lampade a petrolio stavano accese e coperte dal paralume. Ricordo mia madre seduta in una poltrona; in un’altra parte stava seduta una mia sorellina, che morì poco tempo dopo; era una ragazzina di sei o sette anni; di quattro anni circa maggiore di me. Io stavo tenendo in mano due piccolissimi dischetti di metallo dorato, forati nel centro e che erano caduti da una specie di fazzoletto orientale che mia madre portava in testa e che era ornato tutt’intorno con quei dischettini lucenti. Guardando i due minuscoli dischi credo che pensassi ai timpani, ai piatti, a qualcosa che avrebbe dovuto dare un suono, a qualcosa con cui si gioca suonando o si gioca suonando; ma la gioia che provavo a tenerli tra le mie piccole dita inesperte, come le dita dei pittori primitivi, e quelle dei pittori moderni, era legata certamente a quel profondo senti...