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Poesia

Sempre ho desiderato una forma più capiente, che non fosse troppo poesia né troppo prosa e permettesse di capirsi senza esporre nessuno, né autore né lettore, a pene di più alto grado. In sé la poesia è qualcosa di sconveniente: esce da noi e non sapevamo che ci fosse, dunque sbattiamo le palpebre, come se da noi fosse balzata fuori una tigre, e stesse nella luce, colpendosi i fianchi con la coda. Perciò si dice giustamente che un dàimon detta la poesia, pur se è eccessivo ritenere che sia di certo un angelo. Difficile capire donde venga l’orgoglio dei poeti se si vergognano quando traspare la loro debolezza. Quale uomo assennato vorrà darsi in balìa dei dèmoni che si muovono in lui liberamente, parlando mille lingue, e non paghi di rubargli labbra e mano tentano di mutare a proprio vantaggio il suo destino? Poiché ciò ch’è morboso è oggi stimato, qualcuno penserà che scherzo solamente o che ho scoperto un altro modo per lodare l’Arte tramite l’ironia. Un tempo...

Czesław Miłosz

Dopo (Q) Mi sono cadute concezioni, convinzioni, credenze, opinioni, certezze, principi, regole e abitudini. Mi sono svegliato ai margini della civiltà che mi è apparsa comica ed incomprensibile. Le aule a volta, un tempo dell’accademia dei gesuiti, dove apprendevo le scienze, non sarebbero soddisfatte di me. Anche se ancora ricordo alcune sentenze latine. Il fiume scorre sempre tra le foreste di querce e pini. Stavo immerso fino ai fianchi, ispirando il profumo selvatico di fiori gialli. E i nembi. Come sempre da queste parti tanti nembi. Sul fiume Wilia, 1991 (Traduzione: Maciej Bielawski e Paola Pisani)

Buonanotte del 13 dicembre 2016

L’utilità della poesia sta nel ricordarci quanto sia difficile rimanere la stessa persona, perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono. — Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Sempre ho desiderato una forma più capiente, che non fosse troppo poesia né troppo prosa e permettesse di capirsi senza esporre nessuno, né autore né lettore, a pene di più alto grado. In sé la poesia è qualcosa di sconveniente: esce da noi e non sapevamo che ci fosse, dunque sbattiamo le palpebre, come se da noi fosse balzata fuori una tigre, e stesse nella luce, colpendosi i fianchi con la coda. Perciò si dice giustamente che un dàimon detta la poesia, pur se è eccessivo ritenere che sia di certo un angelo. Difficile capire donde venga l’orgoglio dei poeti se si vergognano quando traspare la loro debolezza. Quale uomo assennato vorrà darsi in balìa dei dèmoni che si muovono in lui liberamente, parlando mille lingue, e non paghi di rubargli labbra e mano tentano di mutare a proprio vantaggio il suo destino? Poiché ciò ch’è morboso è oggi stimato, qualcuno penserà che scherzo solamente o che ho scoperto un altro modo per lodare l’Arte tramite l’...

La mia Europa

Quando finalmente sentii l'acqua penetrarmi nelle scarpe, aspirai a pieni polmoni il profumo dei salici, dei giunchi e del muschio umido, il profumo del paese natale. Tra queste paludi mi sentivo a mio agio, la loro melanconica bellezza non mi aveva mai lasciato insensibile. Lo specchio d'acqua tra i cespugli luccicava come olio, qua e là vi galleggiavano immobili piccole barchette di foglie secche. Rompevamo questo specchio affondando prima fino alle ginocchia, poi fino a metà coscia. Czestaw Milosz

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