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FramMenti

I due libri più rivoluzionari che ho letto sulla scuola sono usciti rispettivamente nel 1957 e nel 1971. Dal primo, “Scuola sotto inchiesta” di Guido Calogero: “Inviare una circolare ai presidi disponendo che essi dimostrino particolare favore per tutti quei professori che prontamente brucino o strappino o seppelliscano o comunque facciano sparire ogni forma di documentazione cartacea del profitto degli studenti in quanto risultante da interrogazioni quotidiane (e cioè non solo il tradizionale e pestifero «registro», ma persino ogni altro quaderno o taccuino che clandestinamente tentasse di sostituirlo)”. Dal secondo, “Descolarizzare la società” di Ivan Illich: “il dare a tutti eguali possibilità d'istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile, ma identificare questo obiettivo nella scolarizzazione obbligatoria è come confondere la salvezza eterna con la chiesa”.   Matteo Marchesini

Circondarsi

Dalla generazione dei nati a fine anni Sessanta in poi, l’autoironia è diventata evidentemente un alibi. Non è più un modo per mettersi in discussione, ma un modo per evitare di farlo; non uno strumento di analisi, ma una coperta di Linus o una corazza con cui si difende un’identità debole. Anche nella letteratura, nel cinema, nelle serie o nei fumetti si cerca quindi quest’io consolatorio (romantico, direbbe Girard): ci si vuole specchiare in un personaggio che può pure avere mille difetti, ma che anche quando è sconfitto si rivela sempre migliore del mondo grande e crudele, cioè in fondo si rivela sempre – a buonissimo mercato - il vincitore morale. Purtroppo l’arte (come il pensiero critico) arriva invece a una qualche verità proprio quando scopre la complicità del soggetto col mondo. Per questo ce ne stiamo allontanando, e produciamo e lodiamo con enfasi soprattutto dei surrogati. Più il nostro io profondo sparisce inghiottito da un io sociale che deve riscuotere a pronta cassa il ...

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