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Waves of Fear

Se «Waves of Fear» era la cosa più viscerale che Reed avesse scritto fino a quel momento, allo stesso tempo era un indicatore di quanto fosse feroce la competizione per ottenere quel posto d'onore nel complesso della sua opera: le visioni degne di Auschwitz dei cadaveri ammucchiati di «Heroin»; la donna che diventa blu in «Run Run Run»; la violenza incombente di «There She Goes Again»; il teschio di Waldo Jeffers da cui zampilla il sangue in «The Gift»; il corpo depilato legato su un tavolo di «Lady Godiva's Operation»; la scena orgiastica dell'omicidio con la siringa di droga di «Sister Ray»; l'odio per il proprio corpo di «Candy Says»; la perdita lacerante di «Pale Blue Eyes»; gli escrementi e le viscere di «Wrap Your Troubles in Dreams» i bulbi oculari perforati e i ratti affamati di «The Murder My. stery»; il cervello servito su un vassoio di «Ocean»; il prete che riesuma il padre defunto di «Hangin' 'Round»; Caroline piena di lividi in Berlin mentre i suoi ...

I Can’t Stand It Anymore

“… La prossima è una canzone sui dolori del mondo contemporaneo, lo so che tutti li conosciamo bene. Perlomeno io non facevo altro che leggere storie del genere. Un giorno - mentre ero al college, ok? - mi sono svegliato alle sei e mezzo del mattino, perché mi alzo sempre presto, ho acceso la radio e stavano dicendo che un camionista era passato sopra la testa del figlioletto che era esplosa come un'anguria. Subito dopo hanno detto che la temperatura era di meno cinque gradi. Allora, ho pensato che non c'era motivo di uscire mai più, in tutti i sensi. Non sono uscito per otto mesi. Ho anche preso la lode all'esame su Kierkegaard, perché… sapete, comprendo il salto esistenziale. Chiunque stia sveglio a letto alle sei e mezzo del mattino e ascolti una roba del genere deve comprenderlo per forza...” (Lou Reed, introduzione a “I Can’t Stand It Anymore” in “Lou Reed il Re di New York” di Will Hermes - Minimum fax)

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