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I piccoli maestri

“Otto settembre vuol dire nove, o anche dieci. Le istruzioni erano di guastare e rompere le armi, ciascun reparto per conto suo. Sotto l’occhio dei sergenti si prende il fucile 91 per la canna, si sceglie una grossa pietra, e si mena una botta a tutta forza. Il calcio si scheggia, ma il fucile c’è ancora, in buono stato, salvo la scheggiatura sul calcio. Riprovare allora, a botte furibonde, anarchiche, gridando scompostamente «Savoia!» a ogni botta. Facevamo un cerchio, e tutti spaccavano. Spacca, spacca! Si sentiva che la cosa era sbagliata, pure la soddisfazione era enorme. Peccato che da pestare coi calci dei lunghi fucili avessimo solo gli onesti macigni. Fu la mezz’ora più sentita della guerra.” (Luigi Meneghello)

Luigi Meneghello

Il 26 giugno del 2007, muore a Thiene (Vicenza) lo scrittore Luigi Meneghello Sì, la Lesbia mi piaceva, ma non era pane per i miei denti, essendo che era maritata col mio compare! Sempre i compari a rompere le uova, a creare guai agli altri o a se stessi. (Bau-sète!, Premio Bagutta 1989)

Libera nos a Malo

Mezzogiorno col sole, quando l’estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco, io e mio padre scambiando poche parole, attendendo gli amici, osservando la gente che conosciamo. Gioia somma e perfetta, astratta dal tempo, in mezzo al paese, come fuori della portata della morte. Rabbrividivo al sole. - - -  S’incomincia con un temporale. Siamo arrivati ieri sera, e ci hanno messo a dormire come sempre nella camera grande, che è poi quella dove sono nato. Coi tuoni e i primi scrosci della pioggia, mi sono sentito di nuovo a casa. Erano rotolii, onde che finivano in uno sbuffo: rumori noti, cose del paese. Tutto quello che abbiamo qui è movimentato, vivido, forse perché le distanze sono piccole e fisse come in un teatro. Gli scrosci erano sui cortili qua attorno, i tuoni quassù sopra i tetti; riconoscevo a orecchio, un po’ più in su, la posizione del solito Dio che faceva i temporali quando noi eravamo bambini, un personaggio del...

Libera nos a Malo

Ma nessuna donna credo fu mai tanto amata in paese, e da tanti, e così fulmineamente come la pallida Sidonia. Io avevo allora una squadretta di calcio di cui ero padrone e capitano perché il pallone era mio. Il sabato arrivò in paese la Sidonia, la domenica tornando da messa ultima mio zio Dino mi domandò con cui giocavamo quel giorno. Dissi che avevo sospeso la partita perché avevo mezza squadra innamorata. “E della stessa donna”, aggiunsi gravemente. “Eh, ostia,” disse Dino. “E chi sarebbe questa vampira?” Glielo dissi, che era una da Vicenza, arrivata appena, e Dino capì ed ebbe la finezza di non domandarmi altro. Amai la Sidonia com’era giusto amarla: subito e senza condizioni, come cosa venuta da Vicenza a Malo a mostrare com’è un miracolo. Altri la corteggiavano più volgarmente. Savaio rubava il posto al suo fianco camminando sul marciapiede e canterellava: “Sidonia voglio andare con te in Patagonia.” Questi insoffribili estroversi: in Patagonia! Savaio una ne cantava e un...

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