14 dicembre 2017

Buonanotte del 14 dicembre 2017

La vita, se volete saperlo, è un elemento che continuamente si rinnova e rielabora da sé, che da sé si rifà e si ricrea incessantemente, sempre tanto più alta di tutte le nostre ottuse teorie.

Boris Pasternak, Il Dottor Živago

Karine Léger


Poesia e guarigione

C’è un problema quando si hanno rapporti con i poeti. Il problema deriva dal fatto che il poeta è una creatura patologicamente bisognosa di amore. Una creatura in subbuglio con cui non si può mantenere un’amicizia generica e blanda. Col poeta non ci possono essere pratiche attendistiche e interlocutorie, bisogna gettargli in faccia il nostro amore o il nostro odio, bisogna tenerlo ben vivo nella nostra mente, bisogna pensarlo, parlargli delle sue parole, raccontargli le sue storie. Uno allora può dire: ma a che serve tutto questo? Io penso che alla fine non serva al poeta, perché il poeta non ha mai bisogno di quello che gli viene dato. Penso che tutto questo serva a chi dà, a chi si protende a lenire le varie disperazioni del poeta. L’atto di guarire chiude le ferite, ma solo al guaritore.

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

13 dicembre 2017

Buonanotte del 13 dicembre 2017

La tenebra non può scacciare la tenebra: solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo. L’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza, la durezza moltiplica la durezza, in una spirale discendente di distruzione.

Martin Luther King

Paul Cezanne


Village behind Trees - Paul Cezanne

Commediole

Ichna

Se esistono gli angeli,
probabilmente non leggono
i nostri romanzi
sulle speranze deluse,

E neppure – temo –
Le nostre poesie
Risentite con il mondo.

Gli strilli e gli strazi
delle nostre pièce teatrali
devono – sospetto –
spazientirli.

Liberi da occupazioni
Angeliche, cioè non umane,
guardano piuttosto
le nostre commediole
dall’epoca del cinema muto.

Ai lamenta tori funebri,
a chi si strappa le vesti
e a chi digrigna i denti
preferiscono – suppongo –
quel poveraccio
che afferra per la parrucca uno che annega
o affamato divora
i propri lacci.

Dalla cintola in su la ambizioni e lo sparato,
e sotto, nella gamba dei pantaloni,
un topo impaurito.
Oh, questo sì
Deve divertirti parecchio.

L’inseguimento in circolo
si trasfigura in una fuga davanti al fuggitivo.
La luce nel tunnel
Si rivela l’occhio d’una tigre.
Cento catastrofi
sono cento divertenti capriole
su cento abissi.

Se esistono gli angeli,
dovrebbe convincerli
- spero -
questa allegria sull’altalena dell’orrore,
che non grida neppure aiuto, aiuto,
perché tutto avviene in silenzio.

Oso supporre
che applaudano con le ali
e che dai loro occhi colino lacrime
almeno di riso.

Wisława Szymborska

12 dicembre 2017

Buonanotte del 12 dicembre 2017

Non voglio spacciarmi per più intelligente di quello che sono e dirò semplicemente quello che penso.
Sarebbe bene se fossimo meno furbi e lungimiranti in politica. Se invece di cercare di fare la storia, cercassimo semplicemente di essere responsabili per i singoli eventi che la compongono, forse non ci renderemmo ridicoli.
Non la storia si deve fare, ma una biografia.

[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, traduzione di Maria Olsoufieva, Milano, SE 1991, p. 131]

Zinaida Serebriakova


The Shoots of Autumn Crops, 1908 - Zinaida Serebriakova

Slab city: fuori o dentro il sogno americano

La signora Rosa è seduta davanti alla stanza di un motel mentre Estela, il suo chihuahua, gioca tra la polvere di Niland, paese di 1000 anime nel deserto californiano del Sonora, chiuso a Ovest dal vicino Salton Sea e a Est dalle Chocolate Mountains, dove ogni giorno i Marines si esercitano alla guerra. La signora Rosa è nata in New Mexico e parla spanglish, un misto di inglese e spagnolo dell’America centrale. Ha superato i settanta, lo si vede dallo sguardo che si muove lento da Estela all’orizzonte e dall’orizzonte alle proprie mani, tenute sul grembo. Esce solo la mattina attorno alle 5 e la notte dopo le 23, quanto il caldo estivo del deserto promette una tregua. Durante il giorno Rosa riposa nella sua stanza, con il condizionatore acceso che rumoreggia e il cane sdraiato ai piedi: “Chissà quanto camperà” si domanda. Da tre anni abita nell’unico motel di Niland, gestito dal pastore di una chiesa evangelica di recente inaugurazione che conta 4 (proprio 4) fedeli, compresa la moglie e l’anziana ospite, che il pastore accompagna alle letture bibliche nei giorni dispari e alla funzione della domenica mattina. Rosa si è trasferita nel deserto per stare vicino alla figlia quarantenne, che di lei non ne vuole sapere. La figlia Amanda non si fa mai vedere: “Se ne sta tutto il giorno a Slab,” racconta l’anziana “a fumare marijuana”. Lo dice senza giudizi o tremori nella voce, benché, durante la funzione domenicale, sostenga a colpi di yes man il pastore che si scaglia contro alcohol and marijuana, “strumenti del demonio e nemici di Dio”. A poche miglia dalla chiesa evangelica, la giornata di Amanda non è ancora cominciata. Lei vive a Slab City, una comunità hippie a 35 metri sotto il livello del mare, nata negli anni ’50 dove un tempo c’era una base militare e raccontata anche da Sean Penn nel film Into the wild, tratto dal romanzo Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Le scene girate a Slab hanno come sottotitolo Family perché, in quel pezzo di deserto, il protagonista Christopher trova una famiglia temporanea che gli offre ospitalità e affetto. Forse Amanda cerca lo stesso calore tra le vecchie roulotte senza elettricità né acqua. Per lavarsi, gli abitanti della piccola comunità vanno al fiume oppure utilizzano una doccia costruita con mezzi di fortuna, alla quale si accede tramite una scala di legno che conduce a un pozzo naturale.

I turisti sono accolti da Dune buggy man, si fa chiamare così il fricchettone che attende i nuovi arrivati a bordo di un maggiolone modificato, per disegnare loro una piantina su un foglio giallo. Ogni volta che ci si perde tra gli sterrati, Dune buggy man compare e indica la direzione da seguire. Non vuole mance o riconoscimenti: “Stay hydrated” ripete, e in effetti i cinquanta gradi dell’estate californiana suggeriscono di seguire il consiglio. La prima tappa della sua cartina è la Salvation Mountain, la Montagna della Salvezza, un agglomerato di paglia e terricciocreata da Leonard Knight e decorata con fiori, cuori e messaggi di pace che l’ex sergente Knight, ricevuta l’illuminazione divina, sintetizzò nel gigantesco GOD IS LOVE, Dio è amore, che svetta ancora oggi sulla cima.

L’artista visse gran parte della sua esistenza in un motorhome ai piedi della montagna, dove accoglieva i visitatori prima che la demenza senile lo costringesse a morire in un ospizio. Spesso i turisti si fermano alla Salvation Mountain e non si addentrano nel cuore di Slab, tra le roulotte scassate e con qualche pianta grassa dimenticata all’ingresso, tra secchi di plastica, panni stesi ad asciugare, sandali scompagnati e un ronzio di generatori che permette ai più fortunati il lusso di un ventilatore.

Durante il giorno gli abitanti se ne stanno rintanati, storditi dal caldo, dalla marijuana e dal crack. In estate sono circa 150, mentre d’inverno il numero sale fino a 500. I numerosi hippie che arrivano dal Canada sono chiamati snowbirds, perché sfuggono dal freddo dell’inverno canadese e migrano come uccelli verso il mite clima del Sud. Ogni anno, da novembre a marzo Slab vive il suo periodo di splendore: le roulotte affollano la piana che si riempie di gente in festa. Il venerdì sera gli ospiti si ritrovano al Range, il cuore della comunità, dove un cartello invita a partecipare al talent e a mettere a disposizione degli altri il proprio talento musicale: anche quando è scarso, sarà comunque apprezzato.

Mentre il pubblico assiste al concerto nei divani sfondati che puzzano di vite altrui, gli artisti dalle voci rauche suonano pezzi country e il rock dei CCR e degli Steppenwolf. Gli spettatori stappano birre e fumano pesante, mentre i cani dal pelo lercio corrono da un divano all’altro inseguiti dai bambini mezzi nudi. Perché a Slab si fa l’amore e le donne portano a spasso le pance gravide, fino a quando il richiamo della vita non impone alle loro creature di uscire a vedere che razza di aria tira, nel mondo dei grandi. Ogni mattina, il pulmino giallo della scuola passa a prendere i figli dell’amore libero e li porta in un luogo con regole differenti, dove bisogna lavarsi le orecchie, infilarsi le scarpe, tenere la schiena dritta e fare i compiti. Nella tavola calda di Niland, la proprietaria di origine messicana si lascia scappare una risata: “Tre volte all’anno quelli fanno gli scambi di coppia, viene gente da tutto il mondo”. Come Carlos, che capitò a Slab per seguire una donna e si dimenticò di andarsene. Da ragazzo sognava di fare il chitarrista meglio di Santana o Mike Bloomfield e, ora che ha passato i cinquanta, si accontenta del palco del Range dove suona davanti a un pubblico distratto. Nato a Nuevo Laredo, in Messico, è cresciuto con l’identità della gente di confine che ha coltivato el sueño, il sogno americano. Non è diventato il chitarrista che desiderava, ma a Slab nessuno glielo fa notare. Lui, come gli altri, se ne fotte delle regole delle tasse del lavoro e non è un loser, un perdente, perché nessuno attorno a lui ha mai vinto per davvero. Nel film Into the wild, il protagonista Chris incarna Carlos e tutti i Carlos di Slab: immerso nella natura o tra la gente del deserto, il ragazzo è chi vuole essere. Quando arriva a Los Angeles, l’abbigliamento, lo zaino carico di cianfrusaglie e la pelle sporca lo etichettano come homeless, reietto, uno di quelli che hanno mancato il sogno. Lascerà L.A. e finirà i suoi giorni in un bus disperso tra i boschi dell’Alaska: “Happiness is only real when shared”, scriverà poco prima di morire. La felicità è reale solo quando è condivisa. Che beffa diventarne consapevoli proprio nella solitudine irreversibile. A differenza di Chris, la figlia di Rosa non è sola. Abita a Slab, vive di sussidi, fuma marijuana e legge libri presi in prestito dalla biblioteca che una coppia di giovani gestisce nel deserto.

I tavolini sparsi qua e là invitano alla lettura, così come il grande divano alle cui spalle spicca la scritta Home is where the art is, casa è dove c’è l’arte. E di arte a Slab ce n’è in abbondanza, soprattutto nella zona di East Jesus, dove scultori, poeti, musicisti sono invitati a soggiornare per trasformare gli scarti dell’era contemporanea in arte made in Slab, la cui sintesi più efficace è il corpo di una Barbie che giace nella sabbia, poco distante dalla sua testa mozzata. Un’enorme istallazione fatta di schermi televisivi mostra la discordanza dei messaggi che invadono lo spettatore, rappresentato da una sedia vuota a metà tra le scritte Democratics are evil e Republicans are evil, sacrosante in tempi di elezioni.

La sensazione è che ci sia qualche cosa di profondamente vero, in quest’arte sgangherata e coerente. Torna alla mente ciò che David Foster Wallace chiamava la possibilità di “svilupparsi all’infinito e di imburrarsi la vita”: chi l’ha detto che il sogno americano sia, per tutti, lo stesso? Quello di Slab è un popolo di sognatori che casca a terra dal lato imburrato. Per i suoi abitanti la caduta è naturale e, per molti, addirittura stimolante.

di Paola Cereda

11 dicembre 2017

Buonanotte del 11 dicembre 2017

L'amore sano è quello che abbraccia una donna sola intera, compreso il suo carattere e la sua intelligenza.

La coscienza di Zeno

Bruno Munari


Terra creatrice

Carta e penna. Penna, penna, dov'è la penna? Mi chino a terra e la colgo, la sfuggente, nascosta sotto il tavolo. Inizio a pensare a cosa potrei scrivere, ma nulla giunge con prepotenza al centro della mia mente. Tuttavia, appoggio la punta argentea della penna sul foglio bianco e vuoto, solcato da righe orizzontali parallele, vicine ma senza possibilità d'incontro. L'argento preme contro la cellulosa in decomposizione (da cui il caratteristico odore di carta) e un getto blu notte ne scaturisce e si posa sul foglio: parole. Appaiono parole, e così anche segni d'interpunzione, così affini alle lettere da volere stare loro vicine. Il blu si mitiga al bianco e le righe incontrano amici, da poco scoperti, mentre il foglio inizia a saturarsi di vaganti proposizioni. Di per sé sono moltitudini di lettere accostate le une alle altre a formare parole e poi a formare frasi minime e, poi, a formare proposizioni complesse e perfino astruse, ma, quando vengono lette, l'impeto col quale possono colpire non è da sottovalutare. Continuo a scrivere, in preda al moto del mio animo, che altro non è che la mia mente; scrivo ed impazzisco, scrivo e, facendolo, mi sento un poco più vivo. Sento il macchinare costante ed inappagabile dei miei emisferi cerebrali, mi lascio travolgere dalle emozioni, le braccia tese verso una mano che crea, dal nulla, il tutto. Lascio che sia la mente a guidarmi ed il corpo a seguire, obbediente, pervaso dal flusso di pensieri corposi che scaturiscono da quell'argento scrivente. Osservo il foglio, nuovamente, e noto che ogni riga ha trovato una frase cui legarsi, con bramosia, ed ora il foglio non è più una landa desolata ma una terra verdeggiante: una terra creatrice.

10 dicembre 2017

Buonanotte del 10 dicembre 2017

Non c’è niente da capire. Ci sono leggi che governano il mondo e che non sono né pro né contro di noi. Quando scoppia il temporale, non te la prendi con nessuno: le nuvole non ti conoscono.

Irène Némirovsky, Suite Francese

Max Ernst


Max Ernst - The Marriage Of Heaven And Earth, (1962)

La palabra

La palabra
…Todo lo que usted quiera, sí señor, pero son las palabras las que cantan, las que suben y bajan… Me prosterno ante ellas… Las amo, las adhiero, las persigo, las muerdo, las derrito… Amo tanto las palabras… Las inesperadas… Las que glotonamente se esperan, se acechan, hasta que de pronto caen… Vocablos amados… Brillan como piedras de colores, saltan como platinados peces, son espuma, hilo, metal, rocío… Persigo algunas palabras… Son tan hermosas que las quiero poner todas en mi poema… Las agarro al vuelo, cuando van zumbando, y las atrapo, las limpio, las pelo, me preparo frente al plato, las siento cristalinas, vibrantes, ebúrneas, vegetales, aceitosas, como frutas, como algas, como ágatas, como aceitunas… Y entonces las revuelvo, las agito, me las bebo, me las zampo, las trituro, las emperejilo, las liberto… Las dejo como estalactitas en mi poema, como pedacitos de madera bruñida, como carbón, como restos de naufragio, regalos de la ola… Todo está en la palabra… Una idea entera se cambia porque una palabra se trasladó de sitio, o porque otra se sentó como una reinita adentro de una frase que no la esperaba y que le obedecio… Tiene sombra, transparencia, peso, plumas, pelos, tiene de todo lo que se les fue agregando de tanto rodar por el río, de tanto trasmigrar de patria, de tanto ser raíces… Son antiquísimas y recientísimas… Viven en el féretro escondido y en la flor apenas comenzada… Qué buen idioma el mío, qué buena lengua heredamos de los conquistadores torvos… Éstos andaban a zancadas por las tremendas cordilleras, por las Américas encrespadas, buscando patatas, butifarras, frijolitos, tabaco negro, oro, maíz, huevos fritos, con aquel apetito voraz que nunca más se ha visto en el mundo… Todo se lo tragaban, con religiones, pirámides, tribus, idolatrías iguales a las que ellos traían en sus grandes bolsas… Por donde pasaban quedaban arrasada la tierra… Pero a los bárbaros se les caían de las botas, de las barbas, de los yelmos, de las herraduras, como piedrecitas, las palabras luminosas que se quedaron aquí resplandecientes… el idioma. Salimos perdiendo… Salimos ganando… Se llevaron el oro y nos dejaron el oro… Se lo llevaron todo y nos dejaron todo… Nos dejaron las palabras.



La parola
…Tutto quel che vuole, sì signore, ma sono le parole quelle che cantano, che salgono e scendono… Mi inchino dinanzi a loro… Le amo, le aderisco, le inseguo, le mordo, le frantumo… Amo tanto le parole… Quelle inaspettate… Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finchè a un tratto cadono… Vocaboli amati… Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d'argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada… Inseguo alcune parole… Sono così belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia… Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio, mi preparo davanti il piatto, le sento cristalline, vibranti, eburnee, vegetali, oleose, come frutti, come alghe, come agate, come olive… E allora le rivolto, le agito, me le bevo, me le divoro, le mastico, le vesto a festa, le libero… Le lascio come stalattiti nella mia poesia, come pezzetti di legno brunito, come carbone, come relitti di naufragio, regali dell'onda… Tutto sta nella parola… Tutta un'idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un'altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l'aspettava e che le obbedì… Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che si andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria, da tanto essere radici… Sono antichissime e recentissime… Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato… Che bella la mia lingua, che bella lingua abbiamo ereditato dai conquistatori torvi… Quelli che andavano a falcate sulle tremende cordigliere, sull'America crespata, cercando patate, salsiccie, fagiolini, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quel appetito vorace che non si è visto mai più in questo mondo… Tutto lo ingoiavano, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie uguali a quelle che loro portavano nelle loro grandi borse… Ovunque loro andassero la terra rimaneva bruciata… Ma dagli stivali di quei barbari cadevano, dalle barbe, dagli elmi, dai ferri dei suoi cavalli, come piccole pietre, le parole luminose che sono rimaste qui risplendenti… la lingua. Abbiamo perso… Abbiamo vinto… Si sono portati via l'oro e ci hanno lasciato l'oro… Si sono portati via tutto e ci hanno lasciato tutto… Ci hanno lasciato le parole.

Pablo Neruda, Confieso que he vivido - Traduzione di rastafighter

9 dicembre 2017

Buonanotte del 9 dicembre 2017

Ci sono dubbi che vanno risolti, altri che non possono essere risolti, altri ancora che è meglio non risolvere.

(R. Gervaso)

Miriam Marshall


Roberto Juarroz

il sabato poesia

Decima poesia verticale, 71

Un albero è il bosco.
Sdraiarsi sotto le sue fronde
è ascoltare ogni suono,
conoscere ogni vento
dell’inverno e dell’estate,
accogliere tutta l’ombra del mondo.

Indugiare sotto i suoi rami nudi
è recitare tutte le preghiere possibili,
tacere tutti i silenzi,
provare pietà per tutti gli uccelli.

Sostare davanti al suo tronco
è elevare ogni meditazione,
riunire ogni distacco,
indovinare il calore di ogni nido,
accomunare la solidità di ogni riparo.

Un albero è il bosco.
Ma per questo bisogna
che un uomo sia tutti gli uomini.
O nessuno.

(da Decima poesia verticale, 1987)