24 ottobre 2014

Buonanotte del 24 ottobre 2014

Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.
Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.

Jack Kerouac

Cipriano Mannucci

Un anno sull’Altipiano

Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma cosí, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio, è probabile che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una difesa di tiro a segno. Ero come in un poligono e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti a terra, e cominciai a puntare.
L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, che era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare.
Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati. La facevo dunque, moralmente, due volte. Avevo già preso parte a tanti combattimenti. Che io tirassi contro un ufficiale nemico era quindi un fatto logico. Anzi, esigevo che i miei soldati fossero attenti nel loro servizio di vedetta e tirassero bene, se il nemico si scopriva. Perché non avrei, ora, tirato io su quell’ufficiale? Avevo il dovere di tirare. Sentivo che ne avevo il dovere. Se non avessi sentito che quello era un dovere, sarebbe stato mostruoso che io continuassi a fare la guerra e a farla fare agli altri. No, non v’era dubbio, io avevo il dovere di tirare.
E intanto, non tiravo. Il mio pensiero si sviluppava con calma. Non ero affatto nervoso. La sera precedente, prima di uscire dalla trincea, avevo dormito quattro o cinque ore: mi sentivo benissimo: dietro il cespuglio, nel fosso, non ero minacciato da pericolo alcuno. Non avrei potuto essere più calmo, in una camera di casa mia, nella mia città.
Forse, era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!
Un uomo!
Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare cosí, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale!
Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: «Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido» è un’altra. È assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, cosí, è assassinare un uomo.
Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: «Eh! non sarai tu che ucciderai un uomo, cosí!»
Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi, non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire a un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Avevo il fucile poggiato, per terra, infilato nel cespuglio. Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra:
─ Sai… cosí… un uomo solo… io non sparo. Tu, vuoi?
Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose:
─ Neppure io.
Rientrammo, carponi, in trincea. Il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi.
La sera, dopo l’imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio.

Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano - Einaudi, Torino 2012, pp. 136-138

Buongiorno del 24 ottobre 2014

Non esiste il caso, né la coincidenza. Noi, ogni giorno, camminiamo verso luoghi e persone che ci aspettano da sempre.

G. Dembech

23 ottobre 2014

Buonanotte del 23 ottobre 2014

Amo le frasi che non si sposterebbero di un millimetro nemmeno se le attraversasse un esercito.

Virginia Woolf

Guido Guidi

Al di là del bene e del male

Si chiami pure «civilizzazione» o «umanizzazione» o «progresso» ciò in cui oggi si cerca il tratto distintivo degli Europei; o lo si chiami semplicemente, senza lode e senza biasimo, con una formula politica, il movimento “democratico” d’Europa; dietro a tutti i primi piani morali e politici, cui si rimanda con tali formule, si svolge un immenso “processo fisiologico” che va divenendo sempre più fluido, un processo di omogeneizzazione degli Europei, un loro crescente distacco dalle condizioni alle quali devono la loro origine razze vincolate dal punto di vista del clima e delle classi, una loro progressiva indipendenza da ogni “milieu determinato”, che tenderebbe nel corso dei secoli a imprimersi con esigenze eguali nel corpo e nell’anima – la lenta ascesa, quindi, di un tipo umano essenzialmente sovranazionale e nomade, il quale, per esprimerci in termini fisiologici, possiede come sua esemplare caratteristica un “maximum” nell’arte e nella capacità d’adattamento. Questo processo dell’europeo “in divenire”, processo che può essere rallentato nel suo «tempo» da grandi ricorsi, ma che forse proprio per questo guadagna terreno e progredisce in veemenza e in profondità – rientra in esso lo “Sturm und Drang”, ancor oggi imperversante, del «sentimento nazionale», al pari dell’anarchismo che sta appunto prendendo piede –: questo processo perverrà probabilmente a risultati sui quali vorrebbero contare il meno possibile i suoi ingenui promotori e laudatori, gli apostoli delle «idee moderne». Le stesse nuove condizioni, sotto le quali si verrà a formare un livellamento medio e un mediocrizzarsi dell’uomo – un uomo che è un utile, laborioso, variamente usabile e industre animale da branco, – sono idonee in sommo grado a ingenerare uomini d’eccezione, della più pericolosa e ammaliante qualità. Mentre, cioè, quella capacità di adattamento, che sperimenta condizioni continuamente avvicendantisi e intraprende con ogni generazione, quasi a ogni decennio, una nuova opera, rende del tutto impossibile la “potenza” del tipo; mentre l’impressione complessiva, suscitata da tali Europei dell’avvenire, sarà verosimilmente quella di lavoratori di vario genere, loquaci, abulici e atti a qualsiasi impiego, “bisognosi” del padrone, di uno che comandi, come del pane quotidiano; mentre dunque la democratizzazione dell’Europa tende alla generazione di un tipo predisposto alla “schiavitù” nel senso più sottile: in certi casi isolati ed eccezionali l’uomo “forte” dovrà risultare più forte e più ricco di quanto forse lo sia mai stato sino a oggi – grazie alla sua istruzione scevra di pregiudizi, grazie all’immensa versatilità dei suoi accorgimenti, della sua arte e delle sue maschere. Volevo dire che la democratizzazione dell’Europa è al tempo stesso un’involontaria organizzazione per l’allevamento di “tiranni” intendendo questa parola in ogni senso, anche in quello più spirituale.

Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male - Adelphi 1977, aforisma n. 242

Buongiorno del 23 ottobre 2014

La vita è breve. Perdona in fretta, bacia lentamente, ama davvero, ridi sempre di gusto. E non pentirti mai di qualsiasi cosa ti abbia fatto sorridere, oppure piangere.

Sergio Bambarén

22 ottobre 2014

Buonanotte del 22 ottobre 2014

Nella vita le cose passano sempre, come in un fiume. Anche le più difficili che ti sembra impossibile superare le superi, e in un attimo te le trovi dietro alle spalle e devi andare avanti. Ti aspettano cose nuove.

Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via

Giulio Da Vicchio

Noi stessi...

[...] Visto che passiamo la maggior parte della vita in compagnia di noi stessi, varrebbe la pena di starci simpatici, perché nel momento in cui ci consideriamo e ci giudichiamo, abbiamo già compiuto quel processo di riconoscimento della nostra alterità che scaccia l’accezione negativa della solitudine. In quel preciso istante e da quel magico momento non siamo più soli, ma in compagnia di noi stessi. E vi assicuro che a volte è la miglior compagnia possibile, come ben sa chi predilige le regate in solitaria o scala le vette ascoltando solo il battito del cuore che si accorda con il vento. Chi sta bene con se stesso ha sempre un sacco di gente intorno. Perché la compagnia è come una banca: concede crediti solo a chi sembra non averne bisogno. [...]

Buongiorno del 22 ottobre 2014

Di solito diamo delle cose a coloro che amiamo. Parole, riposo, piacere. Tu mi hai dato la più preziosa di tutte: la mancanza.
Mi era impossibile fare a meno di te.

C. Bobin

21 ottobre 2014

Buonanotte del 21 ottobre 2014

E come potrei sopportare di essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta e solutore di enigmi e redentore della casualità?

Friedrich Nietzsche

Francis Bacon


Study of the head of Lucian Freud 1967

La strada migliore è quella che non lascia rimpianti

Robert Lee Frost (San Francisco, 26 marzo 1874 – Boston, 29 gennaio 1963) è per gli americani uno dei poeti più amati. Educato fin dall'infanzia alla poesia, si specializza nello studio delle lettere classiche nel Massachussetts dove si era trasferito undicenne dalla California. La sua prima poesia, My Butterfly, fu pubblicata l'8 novembre del 1894, nel quotidiano The Independent. Nel 1912 si trasferisce in Inghilterra dove pubblica le sue prime raccolte, A Boy's Wiil (1913) e North of Boston (1914) molto apprezzate da Ezra Pound. Tornato in America, acquista una fattoria nel New Hampshire e si dedica alla scrittura e all'insegnamento. La vita di Frost fu costellata da innumerevoli tragedie, ma le sue poesie hanno sempre un tono dolce e tranquillo e vogliono dare una speranza ai suoi lettori. Nel 1961 viene invitato da John F. Kennedy a leggere una poesia alla cerimonia di insediamento come presidente.

La strada che non presi di Robert Frost

Due strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei.
Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’ aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.
Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,
con foglie che nessun passo aveva annerito.
Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io -
io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza.

Buongiorno del 21 ottobre 2014

Mi piacerebbe tanto, un bel giorno, riuscire a vivere facendo cose giuste invece di limitarmi a non fare quelle sbagliate.

C. Palahniuk

20 ottobre 2014

Buonanotte del 20 ottobre 2014

È curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore.

Giacomo Leopardi

Vincent van Gogh


Vase with cornflowers and poppies

Articoli

Art. 1 - I diritti altrui sono il limite morale dei nostri e il principio dei doveri. Si adempiono questi col rispettar quelli. Il loro fondamento è in questa massima: Fa costantemente agli altri il bene che vorresti riceverne. Non fare ad altri il male che non vorresti fatto a te stesso

Art. 2 - I doveri di ciascheduno individuo verso la società sono: l’ubbidienza alle leggi, la difesa dell’eguaglianza, la contribuzione alle spese pubbliche, il servigio della patria quando, lo esige, anche col sacrifizio delle sostanze e della vita.

Art. 3 - Chi viola apertamente le leggi, chi cerca di eluderle, dichiara sé nemico della società.

Art. 4 - Nessuno è buon cittadino se non è buon figlio, buon padre, buon fratello, buon amico, buono sposo.
La pratica dei doveri privati e domestici è la base delle virtù pubbliche.

(Costituzione della Repubblica Ligure, Doveri dell’uomo nella società, 1797)

Buongiorno del 20 ottobre 2014

L’unica cosa profonda, straordinaria che l’uomo abbia scoperto è il silenzio, ed è anche l’unica cosa a cui non riesce ad attenersi.

Emil Cioran