25 maggio 2017

Buonanotte del 25 maggio 2017

Pochi possono dirsi: “Sono qui”. La gente si cerca nel passato e si vede nel futuro.

— Georges Braque, Quaderni, 1917/47

Ines Hildur


Daniel Blake

“Il mio nome è Daniel Blake. Sono un essere umano, un cittadino. Tutto quello che chiedo è di essere trattato con dignità. Niente di più, niente di meno”.
Il regista inglese, Ken Loach, è tornato sui temi a lui cari: le ingiustizie del cosiddetto stato sociale, la condizione del proletariato, la durezza del mondo del lavoro.
Siamo nella Newcastle di oggi, Daniel Blake è un carpentiere. Ha perso la moglie, dopo averla a lungo assistita .
Il dottore gli ha detto che non può lavorare a causa di un infarto, ma l’ufficio governativo gli ha sospeso l’indennità, e per presentare ricorso deve attraversare una trafila burocratica grottesca.
Daniel si trova alle prese con moduli on line, funzionari ottusi e telefonate che non arrivano e ha inizio la sua odissea nel sistema assistenziale riformato, come dice un personaggio minore, “dagli stronzetti snob di Eton che governano L’Inghilterra”.
Nelle sue peregrinazioni tra un ufficio e l’altro, alle prese con una burocrazia incapace di umanità e computer che non sa usare, incontra Katie una madre single con i suoi due bambini, appena arrivata da Londra e in guai forse peggiori dei suoi.
Insieme combatteranno la loro battaglia per sopravvivere: tra i due nasce una solidarietà e Dan, vedovo, diventa per loro una specie di padre adottivo.
Affronteranno esperienze umilianti, indimenticabile la scena nella banca degli alimenti, con Katie affamata che apre di nascosto una scatoletta e la mangia in piedi, e vivranno momenti intensi di solidarietà e affetto. Qualcuno li aiuterà, altri li respingeranno, e lui sarà anche protagonista di un gesto ribelle, presto rientrato per l’intervento della polizia, ma accolto dai passanti con solidarietà.
La dignità, anche sull’orlo del precipizio, è l’unica cosa che il sistema non riuscirà a portare via a Daniel Blake. Una dignità che nasce dalla serena consapevolezza di essere un cittadino del suo paese, che ha dei diritti perché per tutta la vita ha scrupolosamente assolto ai suoi doveri.
“Io, Daniel Blake” non è però un film senza speranza che, qualche volta compare, e riscalda il cuore. Eccola nell’unione tra i disperati, tra Daniel e Katie, nei gesti accoglienti e premurosi delle donne che gestiscono il banco alimentare, nel volto partecipe dell’impiegata statale che cerca di aiutare Daniel di nascosto, nell’ostinazione con cui la piccola Daisy bussa alla porta di Daniel.
Loach ama e stringe a sé i suoi personaggi inconsapevoli ed onesti, mai stupidi o sciocchi, gente semplice che magari ogni tanto beve qualche birretta in più o si lascia scappare una parolaccia di troppo.
Gli uomini della strada, la gente comune, il popolo, quella working class british sono sempre i protagonisti poi moltiplicata da Loach in diverse angolazioni geografiche e storiche come ne “La canzone di Carla”, “Bread and roses”, “Jimmy’s Hall” e tanti altri film che ti fanno sempre sperare in un mondo più giusto.
“Io, Daniel Blake”, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, è ancora una volta il necessario e durissimo film firmato Loach che getta il suo sguardo composto e dignitoso sugli sfruttati del pianeta Terra.
Si tratta del venticinquesimo film girato dall’ormai ottantenne Ken Loach e scritto da Paul Laverty, suo amico e sceneggiatore a partire dal 1996. Tutto quello che vi si vede proviene da storie vere, ascoltate dalla voce degli operatori di organizzazioni che si occupano dei senzatetto.
A tirare su il morale a Daniel, oltre a Kate e ai suoi bamini, ci sono i due ragazzi vicini di casa, che vivono vendendo sneakers provenienti dalla Cina, e sono pronti a dargli una mano quando occorre.
A Ken Loach interessa mostrare che lo sguardo umano è ancora presente tra uomini e donne, a dispetto delle tecnologie, delle regole dello Stato, che rende tutto impersonale e complicato, e dei tagli alla spesa sociale assurdi. E per rappresentare nel modo migliore la verità di ciò che accade alla Banca del Cibo e negli uffici di collocamento, il regista, ha utilizzato i volontari e gli impiegati che vi lavorano, affiancandoli agli attori straordinari come il protagonista Dave Johns.

di Mariel Giolito

24 maggio 2017

Buonanotte del 24 maggio 2017

Io non parlo di vendette né di perdoni; la dimenticanza è l’unica vendetta e l’unico perdono.

— (J. L. Borges)

Alfredo Avagliano


Sulla morte, senza esagerare

Ichna

Non s'intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.

Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.

Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Wisława Szymborska

23 maggio 2017

Buonanotte del 23 maggio 2017

Penso che il rimorso non nasca dal rimpianto di una mala azione già commessa, ma dalla visione della propria colpevole disposizione. La parte superiore del corpo si china a guardare e giudicare l'altra parte e la trova deforme. Ne sente ribrezzo e questo si chiama rimorso.

— Italo Svevo - La Coscienza di Zeno

Kurt Schwitters


Dove scappi?

Dove scappi? – romanzo eroticomico in 50 nodi (e nessuna sfumatura grigia)

Mi chiamo Desy Icardi e sono una scrittrice, dichiarazione che in genere desta più ilarità che interesse ma, nel mio caso, essendo una scrittrice comica il fatto di far ridere, seppur accidentalmente, non mi dispiace affatto.
In genere quando dici di “essere scrittore” tutti ti guardano con condiscendenza, come a dire: “See… ti piacerebbe!”
È un fenomeno strano: se leggi sei un lettore e nessuno ha nulla da obiettare; ma se scrivi e magari – come me – hai anche la fortuna di essere pubblicato, la gente fatica comunque a definirti scrittore. Il mestiere – o non mestiere – dello scrittore si presta a continui equivoci, effetto che, per quanto mi riguarda, si riverbera anche nella mia produzione letteraria… Va be’, letteraria forse è un parolone, diciamo – coniando un neologismo che temo non prenderà piede – produzione “scribacchinica”.
Quando pubblichi un libro devi, per forza di cose, incasellarlo in un genere.
Se nella trama del tuo romanzo hai uno o più morti e un ispettore che deve risolvere il caso, evidentemente hai scritto un giallo. Se hai raccontato una storia d’amore, possibilmente a lieto fine, allora non ci sono dubbi sul fatto che tu abbia scritto un romanzo rosa. Se alla storia d’amore aggiungi un piglio ironico e modaiolo, allora hai scritto un chik lit. Quando però, come nel mio caso, racconti storie comiche, senza principi azzurri milionari, né scarpe di Manolo Blahnik, allora trovare un etichetta per il proprio romanzo diventa complicato.
E voi direte: “Ma che te ne frega di etichettare il tuo romanzo?”
Be’, a me non frega niente, ma importa ai librai, non tanto ai piccoli librai indipendenti che conoscono ogni libro che hanno sugli scaffali, quanto piuttosto ai grandi bookstore, sia reali che virtuali.
Il mio ultimo romanzo – fa figo dire “ultimo” ma in realtà è semplicemente il secondo – racconta una storia comica, con un retrogusto malinconico e, mi dicono, vagamente cinico.
La vicenda narra di una contabile trentacinquenne che, per colpa del suo migliore amico, si ritrova invischiata nel mondo del web e intreccia, quasi senza rendersene conto, una storia d’amore con un ragazzo molto più giovane, appassionato di pratiche erotiche “estreme”.
Visto il tono umoristico e la tematica erotica che fa da filo conduttore alla vicenda, ho pensato di dare al mio romanzo – edito da Golem edizioni – un sottotitolo in grado di identificarlo senza incasellarlo in un genere preconfezionato.
È nato così “Dove Scappi? – Romanzo eroticomico in 50 nodi”.
Risultato?
Be’ diciamo che il sottotitolo ha destato molto interesse presso giornalisti e blogger – il che è cosa buona – ma ha generato anche un penoso equivoco, del quale sono la sola responsabile.
Il romanzo parla di Bondage, l’antica arte erotica giapponese praticata con corde di seta, ecco perché ho pensato di definire i capitoli NODI.
Ogni capitolo è un nodo, ma non soltanto un nodo propriamente detto, bensì un nodo drammatico.
A ogni capitolo/nodo la trama si ingarbuglia, avviluppando i personaggi in una trama via via sempre più intricata.
Tutta questa filosofia non mi ha però fatto notare che i capitoli, cioè i nodi, erano 50, e che questo bel numero tondo preceduto da Eroticomico, avrebbe immediatamente evocato le famigerate “50 sfumature di grigio” facendo pensare a una parodia.
L’equivoco mi sta portando bene dato che, come vi dicevo, giornalisti e blogger si sono interessati al mio romanzo ma, in tutta sincerità, devo confessarvi che Dove Scappi? non ha nessun collegamento con le 50 sfumature e, se qualche sfumatura c’è, certamente non è grigia.
Non posso attribuire un colore preciso al mio romanzo, visto che non è giallo, né rosa né noir, ma di una cosa sono certa: la storia è molto colorata, e si propone di farvi ridere a ogni nodo.
Più che 50 sfumature di grigio, leggendo il mio romanzo potrete godervi 50 sfumature di solletico.

di Desy Icardi

22 maggio 2017

Buonanotte del 22 maggio 2017

L'amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana.

— [Elsa Morante, ‘L'isola di Arturo’]

Cole Morgan


Per una come me

“Mancano tre giorni alla conclusione delle presidenziali, sembra che molti elettori siano ancora incerti fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, ma un passo essenziale in Francia è stato già compiuto: si può votare il Fronte Nazionale come un qualsiasi altro partito di destra.
La sua banalizzazione è avvenuta.
Una italiana della mia età stenta a capirlo. Quando fini’ la guerra mondiale dicemmo Mai più e ci credemmo. Invece meno di cento anni dopo ci risiamo, persone perfette mi dicono: Ma questa UE, ma Angela Merkel… per una come me, che i fascisti li conosceva dagli anni
trenta a scuola, e poi se li trovo’ contro in guerra - i miei compagni fucilati in piazza o impiccati lungo le strade – (già non ho
mai sopportato sentir dire che la colpa era tutta dei tedeschi, gli italiani essendo in fondo “brava gente”, ognuno pronto a nascondere il “suo” ebreo) - per me come per quelli che lo hanno conosciuto,
neppure le nefandezze di Netanyahu fanno scordare che il fascismo non è perdonabile.
Invece qui sento dire serenamente che, non esageriamo!, secondo i sondaggi il Fronte Nazionale “non supererà il quaranta per cento dei voti”. In nessun altro paese d’Europa è cosi. È la Francia che si
ritiene talmente intrisa di democrazia, che neppure frequentare i Le Pen la può contaminare. A questo hanno portato venti anni di liberismo, e non poi cosi scatenato: sono state centinaia le fabbriche chiuse nell’esagono e centinaia di migliaia i posti di lavoro perduti, ma un letto anche uno straniero in ospedale lo trovava.
Lo sanno i migranti che rischiano la vita pur di arrivare qui, per il resto la messe di risentimento è incalcolabile. O meglio, fra i mali di una società non esiste confronto. Inutile chiamare a soppesare quel che è peggio: ognuno patisce amaramente il suo e ne è talmente traumatizzato che non vede l’altro.”

Rossana Rossanda

Richard Wagner

agenda letteraria
Il 22 maggio del 1813, nasce a Lipsia Richard Wagner


I capolavori della musica
ecclesiastica italiana
commuovono il cuore
fino nelle più intime fibre,
tanto che non le si può mettere
a paragone alcun altro effetto
di qualsiasi altra arte.

(1865)

21 maggio 2017

Buonanotte del 21 maggio 2017

Cos'è questo universo se non tante onde
e un desiderio struggente è un'onda
che appartiene a un'onda in un mondo di onde…

— Jack Kerouac

Ines Hildur


Paula

Ci addormentavamo vicini, senza che ci importi dove inizia uno e finiva l'altro, né di chi sono queste mani o questi piedi, in una complicità così perfetta che ci incontravamo nei sogni e il giorno dopo non sapevamo chi aveva sognato chi e quando uno si muove tra le lenzuola l'altro si accomoda negli angoli e nelle curve e quando uno sospira, sospira anche l'altro e quando uno si sveglia, si sveglia anche l'altro.

— Isabel Allende

20 maggio 2017

Buonanotte del 20 maggio 2017

Forse bisogna andare lontano, per capire l'amore. Forse bisogna staccarsi dai libri sullo scaffale, dal bicchiere d'acqua sul comodino, dai vestiti ordinati nell'armadio, per capire quanto si vorrebbe un bacio, quanto si ha bisogno di una mano, nella notte.

— In fondo al tuo cuore, M. de Giovanni

Cole Morgan


Jaime Labastida

il sabato poesia

Albeggia

Parlo in larghi giri
perché plurale, universale mi sento.
E poi condivido la mia gioia,
forse senz’anima,
di certo senza corpo,
ma con me dentro.
È la crisi totale del mio sistema.

Smantello porte,
mi scardino,
implodo
come una casa del Vicereame,
e ti nomino
e ti nomino,
e sei quello che voglio lacerare,
addentare, il giorno ha parlato,
l’arancia vicina del tuo ventre.

Sorgo. Sorgiamo.
Siamo già una folla
aperta alle domande.

(da La feroz alegría, 1965)

19 maggio 2017

Buonanotte del 19 maggio 2017

Poi tornerà il silenzio e sarà doloroso
perché il silenzio dopo la musica
fa sempre venire voglia di piangere,
o di riempire gli spazi vuoti con discorsi inutili.

— Susanna Casciani