26 novembre 2014

25 novembre 2014

Buonanotte del 25 novembre 2014

Faccio parte di quella generazione che se da piccolo avesse chiamato il Telefono Azzurro si sarebbe preso le botte pure dall’operatore.

Piet Mondrian


Composition No. IV / Compositie 6, 1914

Il mio domani

Vivo nell’Illinois, ho trentatré anni e lavoro presso una fabbrica di dentifrici. Non c’è molto da dire su di me: da quando George mi ha lasciata conduco una vita sedentaria e noiosa che farebbe venire il latte alle ginocchia a chiunque la raccontassi.

La mattina il gallo canta all’alba, mi alzo e prendo una tazza di caffè dolce accompagnato da un cornetto comprato la sera prima rientrando dal lavoro. Trangugiata la colazione, mi infilo la divisa ancora umida perché non ha avuto il tempo di asciugarsi la notte, esco di casa salutando Fred, il mio vecchio cane da guardia, e prendo il mio rottame di pick-up che mi porta davanti al cancello della fabbrica. Ormai sono già tre lunghi anni che lavoro per otto ore come avvitatappi in questa maledettissima fabbrica ma, visto che questo impiego è l’unica cosa che mi mantiene e dato che non vedo proposte migliori all’orizzonte, me lo tengo stretto.

Ringraziando il cielo ho Sally, la mia migliore amica, la sorella che non ho mai avuto, l’unica persona capace di allietare le mie giornate. Insomma, Sally è l’amica perfetta, la migliore che si possa desiderare.

Oggi è domenica, non si lavora. Esco fuori ancora in pantofole a prendere la posta di ieri: mi piace il rumore che fa il grano scosso dal vento, quel fruscio è rassicurante. Ancora con la posta in mano, mi accomodo sulla sedia in veranda e aspetto Sally che, come ogni domenica, porta la sua crostata ai mirtilli. Io odio i mirtilli e quindi ogni volta devo far finta che mi piaccia, quando in realtà, giunta la sera, la sua crostata finisce sistematicamente nella spazzatura.

Oggi però è una giornata diversa, Sally non c’è ancora e questo mi preoccupa. Inizio a fantasticare su dove possa essere quando la mia attenzione viene attirata dallo squillo del telefono. Rispondo. È l’ospedale: Sally ha avuto un arresto cardiaco e non ce l’ha fatta. Attacco il telefono, ho un vuoto, cado, mi trascino fino alla porta, esco.

Prendo il pick-up e inizio a guidare. Non so dove sto andando, la musica è al massimo del volume e il piede preme sempre più forte sull’acceleratore. La vista mi si annebbia per le lacrime, mi fermo. Sono di fronte ad una scogliera, piango e urlo; imprecando mi getto a terra, sbatto la testa, svengo. Il risveglio è brusco: una luce bianca mi acceca, capisco di essere in ospedale. Mi dimettono il giorno stesso, torno a casa e mi sdraio sul letto; non riesco a prevedere un domani, è tutto più cupo adesso.

La mattina seguente il gallo canta con un verso stridulo, il caffè ha un sapore amaro, Fred non scodinzola più e quella colorata fabbrica di pasta dentifricia ora è un luogo freddo e oscuro.

Mi rendo tristemente conto che non apprezzi i giorni che hai fino a che non li perdi. E che morirò sola.

Irene Varlaro Sinisi

Buongiorno del 25 novembre 2014

L’attenzione è la prima forma di amore.

Simone Weil

24 novembre 2014

Buonanotte del 24 novembre 2014

Uno dei momenti più felici nella vita è quando trovi il coraggio di lasciare andare ciò che non puoi cambiare.

Aleksandr Rodchenko


Composition No 99 1920

La cava fatata

C’era una volta, non si tratta di molto tempo fa, un piccolo uomo simile ad un folletto che aderiva a grandi ideali.
Nel piccolo paese della valle dove abitava possedeva un podere rimasto negli anni verde e incolto a ridosso di un brillante torrente, inestimabile alleato dello splendore primaverile di quella terra.
Un giorno, un orco di imprenditore interruppe una delle monotone giornate del piccolo uomo e gli piazzò d’innanzi una particolare richiesta, un’offerta sconvolgente, quanto mai disarmante: la sua preziosa terra in cambio di un’attività che sarebbe andata contro i suoi ideali, avrebbe recato danni al suo poderetto e sarebbe stata difficile da asservire perfettamente al controllo delle leggi della valle.
Soprattutto in cambio avrebbe avuto tanto, tanto danaro. Ma non danaro qualsiasi, oro speciale, conveniva al piccolo uomo ma anche all’imprenditore, infatti questi diceva che lo avrebbe recuperato con davvero poca fatica.

Il piccoletto, senza perdere nemmeno troppo tempo, convenne sul fatto che non voleva certo apparire lui sconsiderato, irrazionale.
Pertanto vendette il suo tesoro per quella manciata di monete, illegalità e degrado.
In fondo gli ideali contano fino ad un certo punto nella vita delle bestie no? E poi grandi ideali per grandi mucchi di oro sembrava uno scambio equo.

La terra fiorente passò nelle mani dello zelante imprenditore. Questi in realtà non si muoveva molto bene nell’ambiente della cultura e dell’ecologia. Anzi a ripensarci ultimamente se l’era vista alquanto brutta a riguardo, quando, trovata una graziosa casa di zucchero in un prato ottenuto da poco, gli venne in mente di ristrutturarla secondo suo gusto. Sfortunatamente la casa era una di quelle bellezze sotto la protezione dell’accademia di Bei Dessert, dei Movimenti Culinari, e stucco e vernice colorata poco si confacevano alla meraviglia artistica che nascondeva, rovinandola per sempre. Un piccolo malinteso per chi in fondo non è del mestiere.

Ma con questo terreno sarebbe andata meglio, non avrebbe fatto altro che scavare. E guadagnare.
Funzionava così: lui scavava e vendeva la terra nera che tirava fuori al prezzo più alto che riusciva, poi, quando avrebbe finito di scavare, avrebbe riempito la voragine con…con? Ma con quello che conveniva naturalmente!

Gli scavi vennero inaugurati.
Poco a poco passò il tempo, la buca si allargava e anche il portafogli dell’imprenditore.
L’orco recintò l’area ed eresse un grande cancello, per amministrarla meglio.
Continui viaggi portavano freneticamente la terra della cava fuori dalla recinzione, verso cantieri e acquirenti e i macchinari all’interno non si fermavano un attimo. Proprio così, pareva che le macchine non si fermassero nemmeno di notte, anzi era quello il momento in cui lavoravano di più.
Qualcuno fece presente che la questione poteva comportare dei problemi, specialmente se qualcuno fosse venuto a controllare di notte.
L’imprenditore montò allora delle telecamere sulla recinzione, per controllarla meglio.

Tempo dopo, giunse il momento di chiudere i lavori. Ma come fermarsi dopo tanto successo?
No, gli scavi sarebbero continuati, e tutto all’improvviso, tutto di notte, di modo che nessuno avrebbe potuto fare qualcosa.
Così, una sera gli abitanti della valle si addormentarono sapendo che la cava aveva raggiunto la sua massima profondità stabilita, e si risvegliarono su una voragine sorprendentemente più grande e profonda del giorno prima. Così accadde quasi due o tre volte, finché l’imprenditore non ebbe una multa e un rimprovero. Ma la multa era talmente bassa rispetto i guadagni del cavatore, che questi pagò, e poi ripeté la bravata.

Continuò così finche poté, dopodiché venne il momento di ricoprire lo scavo, ma come? Il materiale morbido, quello che serve allo scopo, era caro. Con le case di zucchero l’impresario non aveva molta affinità, ma se c’era una cosa nella quale era il migliore, era negli affari. C’è sempre un altro modo per rendere di più e spendere meno, sempre.

Ovviamente, queste vie alternative non sono pratiche ammesse nella valle, sono nocive e pericolose. Ma in fondo di cose pericolose nella cava ne aveva già fatte il nostro grasso amico.
Ancora la notte venne scelta come momento per portare a termine questa delicata e riservata operazione.
Prima le carrozze partivano cariche dalla cava, ora iniziarono a partirvi vuote e a giungervi piene. Piene di tonnellate buttate nello scavo. Piene di tonnellate di materiali a basso prezzo buttate nello scavo. Piene zeppe di tutto ciò di cui altri si volevano liberare, e che finiva nella cava, più profonda del dovuto, nelle vicinanze del caro corso d’acqua.

L’imprenditore sorrise, e guadagnò finché poté.

Il piccolo uomo di grandi ideali, divenne un grande uomo, e lo si trova ancora oggi in giro per le strade del paese a cantare di quei meravigliosi ideali che lui stesso ha mandato in rovina.
Questa è una favola italiana, dove non tutto è realtà, non tanto è finzione.

Silene Gambino

Buongiorno del 24 novembre 2014

La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia.

F. Nietzsche

23 novembre 2014

Buonanotte del 23 novembre 2014

Non mi piace il cinema superficiale, cerco sempre un film ‘a strati’, ricco, generoso, non mi importa che sia perfetto nello stile, ma deve dirmi qualcosa è invogliarmi a rivederlo per capirlo meglio, un film è come un amico.

Jhumpa Lahiri 

Johannes Beutner


In The Morning, (1890-1960, German)

Homo sum

É grigio il tempo ma non piove, ed il rabbioso e spietato male ancora rimbomba nei dintorni. La mia testa è altrove, lontana da quest’uscio e da questo mondo che non sento mio e che crudelmente cerca di mettermi in ginocchio. Nel secondo dei tre gradini, davanti ad una casa nella quale sono stata sempre ospite, siedo sola e cupa, ma non piango, non mi abbasserò.

Mantova mi partorì ma non affondo qui le mie radici, vengo dal Mar Morto. Fin da piccola sono cresciuta sotto la protezione di un uomo di Suzzara, amico di famiglia, che ben presto divenne mio marito, nel 1930. Era un uomo di vasta cultura, il suo nome, Zaccaria, gli piaceva molto, a tal punto che appese nei pressi dell’entrata una targa: “Casa Zaccaria” invece di inserire, come i più, il cognome, forse per i rapporti ostili con il padre, al quale non si riavvicinò neppure nel giorno dell’estremo saluto. Era solito trovarmi dei soprannomi, all’inizio mi chiamava “stella”, poi “danno”, la cucina non era decisamente il mio mondo, ma con il passare del tempo smise, e quando gli ricordavo tali momenti si pronunciava con un borbottio, quasi infastidito.

Superati i primi anni “Zacchi” come lo chiamavo, mi riservava sempre meno attenzioni, ed iniziò a tornare a casa perennemente sdegnato dalla mia presenza. Vivevamo in disparte e, mi vergogno a dirlo, c’erano giorni in cui oltre a rimproverarmi per bazzecole iniziò a spingermi con forza. Da qui presero il via una serie di schiaffi e pugni; nei discorsi con un uomo anziano, che abitava a trenta passi da me, di nome Oreste, giustificavo i miei lividi con un una scontata: “Sono imbranata nelle faccende di casa, lo sa”. I giorni passavano veloci ed indolori, lavorando per la casa trovavo il modo di allontanare i pensieri, il vero problema erano le notti. Insonni e tormentate dalla paura di ritrovarmi sola e non poter più guardare in faccia colui che doveva essere “l’uomo della mia vita”.

homosum
Arrivai a sentirmi inadatta ed estranea, e crollò ai miei piedi ogni progetto costruito o solamente vagheggiato come lucenti e colorati mattoncini mal assemblati. Ma un giorno mi feci forza, entrai nello studio di Zaccaria alla ricerca di un qualcosa che potesse giustificare il repentino cambiamento di persona, oltre alle montagne di libri non trovai altro, e ciò mi demoralizzò ancor di più. Ci tornai per tre, poi quattro giorni e così via, ed iniziai a sfogliare qualche pagina, molte erano in Latino e non capivo un accidente, altre in un italiano un po’ strano forse antico, e cominciai a leggere. Iniziai l’Inferno dantesco, noto per fama anziché per mia effettiva conoscenza, e contemporaneamente assimilai il linguaggio, fino a comprendere con efficacia e velocità.

Ogni mattina, quando Zaccaria era a lavoro, aveva un piccolo negozio di alimentari che da molto non gli regalava gioie, mi recavo nello studio e mi preoccupavo di rimettere tutto in ordine mezz’ora prima che tornasse per il pranzo, non era mia intenzione infatti dargli modo di accanirsi per qualsivoglia ragione. Il libro mi destabilizzò fortemente, mi appropriai di un nuovo punto di vista e diedi il via ad una nuova vita, permeata da una forte autoconsapevolezza. Arrivò il giorno in cui risposi ai lamenti paranoici di mio marito beccandomi un calcio sulla gamba sinistra, all’altezza del ginocchio, che non mi scompose, ed un rimprovero quasi animalesco che però non mi abbatté, anzi mi arrecò una rabbia tale che capii di dover trovare una soluzione; pensai di chiedere aiuto ad Oreste, dal quale però non ottenni ciò che speravo ma tiepide frasi di calma che all’inizio non capii né accolsi, infatti non mi placai ed arrivai persino ad architettare un piano per ucciderlo, ma inevitabilmente abbandonai il tutto, non sarei stata capita o creduta, forse mi mancava proprio il coraggio di rendermi simile a loro, io sono e valgo altro, ciò che è “umano” non può essermi estraneo e nemico; mi sentii un indifeso ed impotente giunco in un mondo di violenti venti catabatici, un ebrea in un mondo di bestie prive di “humanitas” ed “άγραφοι νομόι”.

Un giorno tentai di rispondere ai petulanti sfoghi di Zaccaria dandogli uno schiaffo, il primo, ma le conseguenze furono ben peggiori, persi molto sangue dal sopracciglio destro sporcando di orrore le mattonelle gialle della cucina, piansi ma non mi vide, non avrei mai potuto dargli soddisfazione. Nel frattempo non smisi mai di leggere, avevo iniziato il Purgatorio soffermandomi sulla dolce figura di Catone che vagheggiai fortemente per la sicurezza di sé, ponendola al confronto con il burbero traghettatore infernale che man mano acquisiva sempre piú le sembianze di mio marito. Era un giorno di settembre del 1942 e Zaccaria scomparve senza un cenno, in precedenza intuii, da lettere scambiate con un certo Geremia, un suo probabile tentativo di fuggire dall’Italia, ma non posso dirlo con sicurezza. Morta la casa di Zaccaria, siedo ora sull’ uscio della mia abitazione che anch’ io però appresto a lasciare, sia per mia che per volontà altrui. É grigio il tempo ma non piove, e ben si identifica con il mio stato d’animo, attendo l’inevitabile destino, percepisco movimento ed urla nei dintorni e vedo l’approssimarsi della fine, o forse di un nuovo inizio lontano dagli scheletri di “Casa Zaccaria”.

Avevo appena terminato la lettura del Purgatorio e con testa alta, fiera, quasi noncurante, aspetto il loro arrivo, e non piango. Ormai li vedo in lontananza e saluto Oreste di ritorno a casa, gli sorrido e lui ricambia; ma immediatamente il mio pensiero rievoca i primi versi del Dante perduto nella selva, capisco dunque di aver vissuto anch’io quella situazione, e forse ora l’unico rimpianto è non aver aperto il Paradiso.

Mattia Pelusi

Buongiorno del 23 novembre 2014

La passione mi convince in un modo, la ragione in un altro.
Vedo il meglio e lo approvo, ma seguo il peggio.

Ovidio - Metamorfosi

22 novembre 2014

Buonanotte del 22 novembre 2014

Le foglie che cadono sono un buon segno…è quando le vedi saltar su e tornare sugli alberi che sei inguaiato.

Lucy Van Pelt

J. M. W. Turner


Keelmen Heaving in Coals by Moonlight (detail)

Dametown

Dametown è una città sul mare, come tante altre. Non ha una spiaggia particolarmente bella, non ha lidi, non offre serate culturali né qualsiasi altro svago. Ha tre bar-tabacchi, quattro pizzerie, un salone da uomo, qualche donna esperta in tinta per i capelli, una farmacia, due distributori di carburante. Tre alimentari, due macellerie, qualche fruttivendolo di troppo. Dametown è molto frequentata per la sua calma apparente. E’ un borgo che in passato fu utilizzato come base per le offensive militari. Si respira l’aria pulita di campagna, forse perché si utilizza più la bici che la macchina, molti non l’hanno nemmeno, preferendo spostarsi a piedi. E’ un paese prevalentemente over cinquanta, con qualche giovane famiglia, che sfruttando i valori immobiliari molto bassi, ha eletto residenza qui, abbassando un po’ la media età. Dametown nel 2002 ha vinto anche la targa di Paese più proficuo, grazie ad un’attività volta al riutilizzo dei beni, che in altri luoghi andrebbero destinati all’immondizia. Dametown è l’unica città dove non esiste vigile, dove la circolazione va avanti da sé, una perfezione inaudita. Nessun abitante è coinvolto in processi sia civili sia penali, i dibattiti terminano con strette di mano. Non esiste un avvocato, del resto farebbe la fame. E’ una città ospitale e dall’economia prevalentemente basata sull’agricoltura, non v’è famiglia senza terra e campi arati. Da un po’ di tempo, però, la globalizzazione è arrivata anche qui e ora i campi sono abbandonati all’incuria,sono sorti vari fast-food, la gente ha cominciato ad ambire a livelli superiori di civiltà e l’aria non è più salubre, le campagne saccheggiate e malridotte con sacchi dell’immondizia lasciati qua e là. La globalizzazione nella peggior accezione ha intaccato i valori di questa bella e anonima città balneare. Da anni si governa in tanti. E’ successa una cosa mai vista prima. Alle ultime elezioni amministrative vi è stata un’affluenza record, ma non è tutto qui, nessuno ha vinto. Ognuno ha votato per sé e il regolamento comunale non prevede ballottaggi, si sta costruendo un municipio per contenere il fenomeno. Nessuno si lamenta più di chi governa, sono in tanti davvero e ciascuno responsabile e non si sa più come raccomandare gli amici. Vi è un conflitto d’interessi senza precedenti. Si è deciso che ogni giorno ci deve essere una giunta diversa, questo per accontentare il volere del popolo. Qui tutti valgono per uno. E’ stata una lezione di civiltà e democrazia, niente scandali e brogli. Un problema, però, impensierisce il paese. Da qualche tempo si è iniziato a far uso di auto comunali, ciascuno utilizza la sua e il traffico è rallentato parecchio. File interminabili nelle ore cruciali della giornata. Tutti sono d’accordo su un punto: a bloccare le arterie del paese sono i diversamente abili che con i loro mezzi di locomozione rallentano la circolazione. I clacson impazzano per la città, chi suona da destra, chi da sinistra contro questi incivili che frenano la routine quotidiana. Le giunte giornaliere prima di questo inconveniente avevano adottato la politica del non decidere, evitando atti con i quali inimicarsi i compaesani, si preferisce il nulla piuttosto che essere ricordati male. Anche questo è fare politica. Il problema della circolazione ha creato un atto condiviso da tutte le giunte giornaliere, che all’unisono hanno deliberato il divieto di circolazione dei diversamente abili a bordo di loro particolari mezzi nelle ore 7.30-11, 12-15, 19-21. E’ stato il primo atto di questo tipo di democrazia, tutti d’accordo e problema risolto. Giusto per intenderci e chiarire la situazione: le persone diversamente abili non avevano diritto al voto e i loro cari hanno sostenuto le ragioni popolari. L’atto fu adottato da subito e per farlo rispettare furono assunte delle nuove figure comunali, i cosiddetti ausiliari del buon costume e civiltà. Non ci furono multe, perché i familiari dei diversamente abili in più avevano sequestrato i mezzi in quelle ore, nelle quali il transito era loro vietato. La città si caricò d’odio e nacquero due partiti, uno facente capo ai promotori dell’ordine e sicurezza, denominato PDa, Partito degli abili e un altro degli interdetti dal provvedimento comunale, denominato PDDa, Partito dei diversamente abili. Si organizzavano riunioni e convegni, ma quelli del PDDa non avevano diritto al voto, tutti di età inferiore alla soglia dei venti anni necessari all’acquisizione dell’elettorato attivo e passivo. La maggioranza della città era contenta di come si stava amministrando la cosa pubblica e organizzava spesso eventi e serate per celebrare il buon governo cittadino, con tanto di discorso infinito delle giunte comunali. Un giorno però occorse un incidente automobilistico tra rappresentanti del PDa e i feriti gravi furono parecchi, alcuni riportarono delle lesioni permanenti che li costrinsero a passare al PDDa. Dall’altra parte s’iniziarono a battere per l’abolizione del provvedimento vergognoso e incostituzionale, termine nuovo da queste parti. Ora anche il PDDa aveva persone candidabili ed eleggibili. Il PDa rimaneva fermo sulle proprie scelte, accusando i nuovi diversamente abili di averli traditi. Il caso volle che una delle giunte giornaliere fosse costituita propria dai nuovi affiliati del PDDa, ma che nessuno potesse raggiungere il municipio per via del divieto. Fu un giorno senza giunta, ma come tutti gli altri, a ben vedere. Il regolamento comunale prevedeva “Le elezioni sono indette automaticamente per il giorno successivo al primo senza giunta”. Il sistema era caduto, il PDa doveva ora affrontare nuove elezioni per difendere la legalità e la sicurezza stradale. Si votò e il PDa non cambiò modo, ognuno voto per sé, del resto, a loro parere, quel governo aveva dato i suoi frutti. Il PDDa, costituito da quasi tutti senza diritto al voto tranne i nuovi membri, scelse un leader e lo votò all’unisono. Con soli dieci voti Il PDDa vinse le elezioni. Il provvedimento fu conservato, con una variante: fu estromesso l’avverbio “diversamente” dal testo.

Giuseppe Zanzarelli

Buongiorno del 22 novembre 2014

Niente si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

Cesare Pavese

21 novembre 2014

Buonanotte del 21 novembre 2014

In natura non esiste nulla di così perfido, selvaggio e crudele come la gente normale.

Hermann Hesse

Camille Corot


Windswept Landscape 1865

Capitan Capotreno

I treni. D’estate ne prendo molti. Dal Piemonte alla Liguria, arrivando poco prima delle Cinque Terre, mi fermo a Framura. Sono in media quattro ore di viaggio per andare e altrettante per tornare. Viaggi su rotaie di pensieri leggeri all’andata (vado al mare… un miraggio di vacanza…) e di pragmatici propositi al ritorno (allora, questa settimana faccio quello, poi mi devo ricordare quell’altro e… ah già, il contratto e gli articoli da scrivere la mattina prima di cominciare in ufficio…).
Sul treno si legge. E si può anche scrivere, come sto facendo adesso, ma la tentazione alla lettura è fortissima. Tanto è vero che, al contrario di quanto succede in giro per la città, magari sui bus, nei parchi pubblici, dove tutti hanno il naso incollato allo schermo del cellulare (di solito attaccato alle orecchie dal cordone ombelicale delle cuffie), sul treno no. Sui regionali che portano al mare sussiste un patto di mutua lettura. Per tutti.
Cominciamo dal controllore. Solitamente è un tipo con la camicia azzurra stropicciata e un mazzo di chiavi attaccato alla cintura dei pantaloni. Ha una borsetta di cuoio nera appesa alla spalla sinistra che gli provoca continuamente dolori dovuti allo sbilanciamento del corpo. I controllori sono dei campioni di resistenza passiva alla forza di gravità in movimento. Devono restare in piedi malgrado le curve, le frenate e i sobbalzi del treno. Hanno dei polpacci grossi così! Sui treni estivi che vanno in Liguria i controllori lavorano una carrozza alla volta. Si piazzano in testa alla stessa, dove di solito si trova il bagno, e gridano: “C’è l’avete tutti il biglietto?” Noi passeggeri distogliamo lo sguardo dalle pagine del libri che stiamo leggendo e rispondiamo: “Siiii.” Allora, il controllore, soddisfatto del lavoro e della buona fede della gente, parte per un giro di ispezione. Si tratta di un controllo a campione, una verifica di routine, una passeggiata tra le file dei sedili per vedere la faccia dei passeggeri. Di solito lo fa trotterellando o saltellando compiaciuto, soffermandosi a sbirciare e leggiucchiare le pagine altrui.
“Scommetto che questo è Ibzenfruerr, Le pagine della dolcezza, sotterfugi per raccontare una storia erotica di primo livello, caramelle per l’immaginazione, sogni ad occhi aperti… Ma non si aspetti troppo dal finale.”
Niente richiesta di esibire il biglietto, nessun sospetto che quello poteva essere un viaggiatore portoghese anche perché si trattava di una bella signora in tailleur grigio con righe azzurre. Molta classe e nessun commento.
“E lei? Cosa sta facendo?” Il controllore si era fermato davanti a me, allargando leggermente le gambe e assumendo un’espressione sorridente e ironica.
“Come scusi?”
“Le ho chiesto… Cosa sta facendo?”
Stavo scrivendo. Sul tablet. Avevo aperto tutte e quattro le ribaltine del tavolo pieghevole che separa i quattro posti a sedere (simulando i vecchi scompartimenti) e ci avevo appoggiato le mie cose sparpagliando tutto in modo invadente, personale.
“Prendo appunti.” Era solo una piccola, minuscola bugia. Non avevo voglia di ingaggiare una discussione, ero stanco e anche un po’ ispirato perciò volevo soltanto essere lasciato in pace.
“Niente affatto! Lei scrive e con il tipico piglio degli scrittori piemontesi che sono creativi, precisi, amano le passeggiate sotto i portici e fumano sigarette d’importazione.”
Il controllore tirò fuori dalla borsetta di cuoio un sigaro toscano mezzo fumato e lo accese con dei fiammiferi da cucina. Una nuvola di fumo pesante e puzzolente invase la carrozza. Era un gesto che poteva essere interpretato come un segno di avvicinamento alla mia trasgressione (fumare era ovviamente vietatissimo) o come un gesto di sfida (io sono il controllore e faccio quello che mi pare). Sospirai. Mi aveva beccato e adesso voleva soddisfazione. Perciò abbassai lo sguardo, frugai nella tasca del mio zaino e estrassi il biglietto del treno, cercando di anticipare e compiacere le richieste che quell’uomo delle ferrovie mi avrebbe fatto da lì a tre minuti. Ma inaspettatamente il controllore alzò lo sguardo e, senza degnarmi di un “mi scusi un attimo” o “tornò subito” si lanciò in avanti come un segugio che ha annusato la preda. Andò due file più avanti, dove sedeva un ragazzo con gli occhiali, un cappello scozzese in testa e un grosso volume rilegato in tela verde sulle ginocchia.
“Favorisca il biglietto.” Disse il controllore.
“Il biglietto?”
“Esatto, il biglietto.”
“Ma ho risposto si alla domanda che ha fatto prima… Che bisogno c’è di…”
“Va bene, allora si tolga occhiali e cappello.”
“Ma cosa c’entra…”
“Per cortesia, tolga gli occhiali e il cappello.” Il controllore scandì le parole usando un tono tranquillo e fermo. Bisogna proprio dire che non c’era possibilità di aggiungere alcunché. Il ragazzo seguì le volontà del controllore e appoggiò i due oggetti sul tavolo, poi si rivolse col viso scuro e offeso verso quel capitano del convoglio. Il controllore sorrise e fulmineo come la frustata di un domatore, colpì con uno schiaffone quel giovane viso.
Il ragazzo sgranò gli occhi poi si guardò intorno e infine si massaggiò la mascella con una mano, indeciso se protestare o incassare e stare zitto.
“È un regolamento che risale a circa duecentocinquant’anni fa quello che mi autorizza a scegliere fra sanzioni pecuniarie o corporali. Non lo sapeva? Si figuri che nei primi anni della ferrovia i miei colleghi erano autorizzati a buttare giù dal treno in corsa i passeggeri trovati sprovvisti di biglietto. Ora, se per caso mi sono sbagliato e il biglietto lei c’è l’ha, allora la autorizzo a restituirmi la sberla.”
Il ragazzo abbassò lo sguardo e ritornò a leggere il suo librone.
“Stava parlando di appunti, non è vero?”
Era tornato da me. Nel frattempo avevo salvato ciò che avevo scritto e avevo ritirato il tablet e al suo posto avevo posato sul tavolo l’ultimo romanzo di Sberniev Ifstako Slimut terzo. Non lo avevo ancora incominciato.
“Un libro intonso è come l’isola misteriosa che il naufrago deve ancora esplorare…”
“Già, infatti.” Che cavolo stava dicendo?
“Mi sono distratto un attimo e lei ne ha approfittato subito. Poco cavalleresco da parte sua.”
Feci la faccia da finto tonto.
“Ma non è colpa sua… È questo mondo corrotto che ci contagia con la sua puzza di ipocrisia, falsità, scarso senso dell’onore, della giustizia e della morale.”
Delirava e intanto boccheggiava col toscano. Quella si che era una puzza da mozzare il respiro.
“Lei stava scrivendo e non appuntando. Non tenti di negarlo.”
Non tentai.
“Ma si ricordi che sui treni, su tutti i treni, per scrivere ci vuole un’autorizzazione speciale. Parlo di roba inventata, pensieri che si raggrumano diventando storie, fabbricazione di racconti, narrazioni e novelle. Quando si sfreccia sulle rotaie diventa molto più facile fantasticare. Non l’aveva notato?”
Si o forse no. Quando salgo su un treno mi rilasso e mi viene voglia di leggere. Se scrivo è perché mi sembra un’occasione unica. Se non becchi quelli che tentano di attaccare discorso per ammazzare il tempo, sul treno ti puoi concentrare senza essere disturbato. D’accordo, bambini strillanti a parte e comitive di scolaresche in gita.
“Gli scrittori adorano i treni. E come dargli torto? Arrivano, si siedono, aprono il portatile e via… cominciano a martellare la tastiera come pazzi in preda ad un’inattesa frenesia creativa. Gli arrivano idee a più non posso, non credono quasi a loro stessi, creatività e immaginazione a tonnellate, emozioni autentiche che prendono vita nelle loro pagine. Arthur Conan Doyle ha scritto tutto Sherlock Holmes sulla linea Londra – Bristol e ritorno. Naturalmente scriveva a mano con un pennino numero 36 della Wathermann. Del resto lo si capisce leggendolo. Quei due, Holmes e Watson, salgono e scendono dai treni come se fossero metropolitane leggere. Cose da matti.”
Matto lo era lui, quasi da rinchiudere. Ma era un matto simpatico.
“E non si tratta di ispirazione. Non è il rumore del treno che scorre sulle rotaie o il leggero movimento della carrozza che, tutta’l più, può conciliare il sonno, no! Si tratta di ben altro. Non lo indovina?”
Ma che cosa dovevo indovinare? Era già tanto se riuscivo a seguire quel discorso sconclusionato!
“Si tratta di furto.”
Aveva sparato la battuta come se si trovasse su un palcoscenico aggiungendo una pausa ad effetto a favore del pubblico. Solo che il pubblico ero soltanto io e non mi scomposi minimamente.
“Gli scrittori rubano i pensieri, i ricordi, le emozioni… Rubano le storie dei viaggiatori. E non solo di quelli che sono lì in quel momento ma anche di quelli del passato. Pazzesco eh?”
Ecco fatto. Aveva aperto le paratie della diga della razionalità e il liquido della ragione era straboccato chissà dove lasciando tutto il posto alla follia.
“Come minimo…” Dissi, cercando di assecondarlo e non contraddirlo. (Non so come mai, ma mi era tornato in mente il ceffone di prima).
“Avrà certamente notato che molti treni hanno i sedili con la stoffa strappata, consumata e mal ridotta.”
“Credo che lo abbiano notato tutti.”
“Beh, non ci crederà ma è una cosa voluta.”
“A costo di stupirla le posso dire che invece ci credo. Si chiama incuria, mal gestione, disinteresse per il bene comune e per i passeggeri.”
“Non le sembra troppo banale come spiegazione?”
“No, mi sembra realistica e ampiamente documentabile partendo dalla disastrosa qualità dei vostri amministratori e la follia dei loro stipendi.”
“Quello è un discorso a parte.”
Non ribattei. Non era il momento di fare discorsi da bar dove tutti sanno tutto e saprebbero fare meglio di tutti e via discorrendo.
“La tela dei sedili è letteralmente impregnata dei pensieri dei viaggiatori. Su quella stoffa si depositano le impalpabili particelle prodotte dal pensiero e vi rimangono intrappolate fino a che uno scrittore non ci appoggia la testa. In quel momento succede il miracolo creativo perché lo scrittore è l’unico in grado di percepire, catturare e utilizzare quella massa incredibile di vita vissuta.”
“E se a sedersi è un idraulico?”
“Non succede niente, al massimo scende dal treno di cattivo umore.”
“Perciò lei vorrebbe farmi credere che i sedili dei treni rappresentano un immenso deposito di pensieri memorizzati nella stoffa?”
“Esattamente.”
“E con i sedili di nuova generazione, quelli di plastica su cui si suda e si rimane appiccicati come degli insetti sulla carta moschicida, cosa succede?”
“Un disastro, ecco cosa succede. Su quelli non rimane niente, ma sono più facili da pulire.”
“Ecco.”
“Adesso capirà perché per scrivere sui treni ci vuole una bella autorizzazione, è una questione di diritti.”
“D’autore?”
“Quelli. Le ferrovie sono le uniche proprietarie di tutta quella massa di idee, pensieri, filastrocche, piccole storielle frivole, barzellette eccetera eccetera. Gli scrittori se ne devono rendere conto.”
“Si, ma senza gli scrittori le ferrovie sono proprietarie soltanto di vecchie stoffe sporche e puzzolenti, senza di noi (mi permetto di annoverarmi nella categoria) tutto quel materiale impalpabile è come se non esistesse perché non può prendere forma.”
“Giusta osservazione.” Al controllore si era spento il sigaro. Lo riaccese con l’ennesimo fiammifero da cucina.
“Lei fuma?”
Si, fumavo. Ma avevo paura che se mi fossi messo a condividere il vizio con quello strano individuo probabilmente me lo avrebbe fatto pagare in qualche modo. Comunque, prima che mi decidessi a rispondere, il controllore tirò fuori dalla borsetta di cuoio una bottiglia di birra da mezzo litro e la posò sul tavolo.
“Le spiace?” Mi chiese indicando il posto di fronte al mio.
“Prego.” Risposi, come se ci trovassimo al tavolo di un ristorante in centro.
“Immagino che non stia aspettando nessuno e, per quanto riguarda il giro di controllo, per oggi ho finito” disse indicando con un cenno verso il passeggero che aveva schiaffeggiato “ho pizzicato il mio trasgressore della giornata e posso ritenermi soddisfatto.”
Stappò la bottiglia tenendola con la mano e usando il pollice per far leva sul tappo in metallo.
“Lei, oltre che uno scrittore, mi sembra un uomo di buon senso.”
Con questa frase il controllore non si era accorto di avere fatto un passo falso. Uno scrittore, in quanto tale, non può essere un uomo di buon senso. Uno scrittore è, solitamente, un individuo con scarso senso pratico, incline alla distrazione e scarsamente a contatto con la realtà di coloro che non scrivono. Non ha buon senso perché, se lo avesse, non farebbe lo scrittore. Naturalmente ci sono le eccezioni, ma io non ne faccio parte.
“Cosa glielo fa credere?” Gli chiesi.
“Ha individuato immediatamente l’inevitabile collaborazione che si deve instaurare fra le ferrovie e gli scrittori per far si che tutto questo materiale prezioso venga alla luce. Non mi stupirei se avesse già intuito che si tratta di un affare colossale!”
Due boccali di plastica trasparente saltarono fuori non so da dove, e il controllore versò la birra con fare compiaciuto.
“Avanti, non sia timido, si beva questa birretta e si fumi il suo tabacco in santa pace. Garantisco io l’incolumità.”
Ed era proprio questo che mi preoccupava. Comunque un sorso di birra non rappresentava nessuna trasgressione perciò bevvi volentieri. Era una birra, non so come, fresca e buonissima.
“Di che affare si tratterebbe?”
“Di che… no, dico, ma dove è finito il suo buon senso?”
Appunto.
“Ma si rende conto che su questi treni, su tutti i treni, viaggiano centinaia di scrittori che scrivono viaggiando e, contemporaneamente, sugli stessi treni viaggiano milioni di persone che viaggiano leggendo… Abbiamo la produzione che convive e respira a stretto contatto con il consumatore finale, un’occasione unica…”
Mi stava proponendo qualcosa ma mi sfuggiva la combinazione. Gente che scrive e gente che legge, mi mancava un passaggio.
“Gli scrittori non devono fare nessuno sforzo. Salgono sul treno, appoggiano comodamente la testa sulla stoffa e… paf! Ricevono le storie, le canalizzano e le scrivono.”
“A parte il fatto che questi poveri scrittori dovrebbero portarsi dietro grandi quantità di shampo per lavarsi i capelli… Bisognerebbe potenziare i servizi igienici, i bagni…”
“Non c’è problema, lo consideri fatto.”
“E poi, manca l’editore. Tutto questo materiale bisognerebbe stamparlo per distribuirlo sennò come fanno a leggerlo i passeggeri?”
“Ma che ci vuole? Viviamo in un modo dove la divulgazione dei contenuti è rapida come il vento. Ci sarà un tizio che raccoglie il materiale, lo organizza e lo edita sotto forma di ebook. Che ne dice?”
In preda all’entusiasmo il controllare continuava a versare birra e riempire i bicchieri. Avevamo già bevuto almeno tre boccali. Ma com’era possibile? La bottiglia era appena da mezzo litro! C’era qualcosa che non quadrava.
“Si può sapere cos’ha da guardarmi con quella faccia?” Mi chiese il controllore.
Mi sentivo intorpidito. Avevo voglia di sgranchirmi un po’ le gambe, muovermi… Tutta quella birra probabilmente mi aveva stordito e mi accorsi che dovevo urgentemente andare in bagno. Aprii gli occhi. Poi li richiusi. Li aprii di nuovo. Il controllore era sparito, se n’era andato, chissà, magari si era offeso. Staccai la testa dal poggia testa di stoffa sporca e sgualcita e mi sbrigai ad andare in bagno. Quando ritornai al mio posto, mi accorsi di avere un sacco di idee in testa, roba inaspettata, che non mi apparteneva, ma che avevo voglia di organizzare scrivendo qualcosa.

Sul treno si legge. E si può anche scrivere, come sto facendo adesso, ma la tentazione di lasciarsi andare cullati dal tipico movimento costante e ripetitivo è grande… Perciò sul treno si dorme, ma soprattutto si sogna.

Samuele Marabotto