19 gennaio 2018

Buonanotte del 19 gennaio 2018

Tra due persone accade che talvolta, molto raramente, nasca un mondo. Questo mondo è poi la loro patria, era comunque l’unica patria che noi eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla.

Martin Heidegger a Hannah Arendt

Adolph Gottlieb


Adolph Gottlieb – Drift, 1961

La conoscenza dell'uomo

Se, in questo caos della nostra formazione, cerchiamo di scoprire chi abbia avuto più occasioni di raggiungere la conoscenza dell'uomo, dobbiamo constatare che si tratta proprio di persone che hanno mantenuto intensi rapporti di relazione, sviluppando contatti con i propri simili, ossia di ottimisti o almeno di pessimisti contingenti non ancora frustrati dalla rassegnazione. Il semplice contatto umano non è però sufficiente: esso deve essere integrato dall'esperienza. Per concludere, visto che la nostra educazione è incompleta e talora permeata di errori, si può dire che la vera conoscenza dell'uomo è oggi limitata ad un solo tipo di individuo, il "peccatore pentito"; ossia a colui che ha potuto sperimentare tutte le soluzioni devianti della vita psichica o che, almeno, le ha sfiorate ed è riuscito a salvarsi. Si potrebbe prendere in considerazione anche il tipo umano che, per la sua natura particolarmente sensibile, è in grado di comprendere una dimostrazione che gli sia effettuata. Tuttavia chi ha fatto esperienza diretta di ogni forma di passione resterà sempre il miglior conoscitore dell'uomo. Non soltanto ai nostri giorni, ma anche all'epoca in cui si andavano sviluppando le religioni, il "peccatore pentito" è stato l'individuo capace di guadagnarsi una maggiore considerazione, tanto da porsi al di sopra dei "giusti". Se ci chiediamo il motivo di tutto ciò, non possiamo prescindere dal fatto che soltanto chi ha saputo superare le difficoltà dell'esistenza e ha trovato la forza di elevarsi e di scrollarsi di dosso tutte le brutture in cui era immerso, può arrivare a conoscere il bene e il male della vita. In questo nessuno, e tantomemo il giusto, può eguagliarlo.
(vedi poeti maledetti, veggenti ecc.)

Alfred Adler

18 gennaio 2018

Buonanotte del 18 gennaio 2018

Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.

Thomas More, (1478-1535)

Carol Hodder


Still night - Carol Hodder

La Città sepolta

Roberta Argenti - I segni ribelli

La Città sepolta

Da più di duemila anni ormai Ayl si aggirava per i cunicoli scuri di quella silenziosa città. Come nuvoletta sospinta da un vento vivace, scivolava via leggerissima e impalpabile, lasciando dietro di sé solo un timido bagliore fantasma. I suoi capelli, come un'onda li seta color castano, battevano lungo la schiena luminosa e perfetta e sembravano accompagnare danzando ogni suo movimento.
Ayl non era affatto una creatura scontrosa; si rallegrava davvero quando, in quei vicoli neri, incrociava per caso gli occhi scintillanti degli altri spiritelli e non poteva trattenersi dal sorridere se, passando, le capitava di sfiorare la loro sostanza trasparente e leggera: a ogni contatto l'aria intorno frizzava, come scossa da leggeri sbuffi di vento.
Era nella solitudine più completa, però, che Ayl riusciva a essere veramente felice, quando, dimenticando tutta l'oscurità che da quel tempo infinito la avvolgeva, le sembrava di rivedere la chiara luce del Isole e di sentirne ancora la carezza tiepida sulla pelle...
A volte bastava una cosa da nulla come un sassolino lo qualche goccia d'acqua penetrata in profondità, un 'soffio d'aria leggero che, chissà come, riusciva a scivolare laggiù per impigliarsi tra i capelli, e, all'improvviso, ecco sbocciare i ricordi... Così, con gli occhi chiusi, Ayl rivedeva le nuvole, come vele bianche nell'azzurro del ciclo, e il giallo, il rosso, il viola, il blu dei fiori nei campi. Rivedeva il bosco vicino a casa sua e il villaggio... non c'era nulla che, in quel silenzio infinito, potesse consolarla di più.
Ayl non conosceva altro modo per rischiarare il buio profondo di quella che credeva la sua eternità. Quella che credeva la sua eternità. Sì perché, in oltre due millenni, non era mai accaduto nulla, mai un solo avvenimento, anche insignificaante, in quel mondo apparentemente immobile, a far sospettare che forse un giorno le cose sarebbero cambiate.
Eppure, lo crediate o no, mancavano solo pochi istanti, e niente sarebbe più stato uguale a prima...
Di certo, in quel momento, non poteva immaginar­lo Ayl, mentre veleggiava distratta sui suoi soliti passi. Quello spiritello grazioso, come al solito, stava ispezionando il buio intorno a sé, quando uno strano scintillio attirò la sua attenzione. Si fermò per indagare. Sfruttando la delicata luminescenza del suo corpo fantasma, avvicinò le dita sottili per fare un po' di luce e... fu allora che li vide ! "Che meraviglia!", pensò.
In fretta raccolse l'inaspettato tesoro, lo nascose nel pugno e scappò via. In quella corsa affannata e felice, il volo dei lunghissimi capelli e i lembi svolazzanti dell'abito candido si confondevano in un identico battito d'ali.
Quale magnifico effetto avrebbero creato sulla sua testolina!
Non seppe aspettare nemmeno un istante, e, trovato l'angolo più appartato che poté, iniziò a intrecciare con abilità i suoi capelli, lasciando scivolare tra le ciocche di seta quelle minuscole serpentine d'oro: fermatrecce meravigliosi, come mai le era capitato di vedere !
Così, a occhi chiusi, Ayl si pettinava e, piano, si abbandonò a nuovi ricordi. Come attraversando in un lampo un tempo infinito, si trovò invasa dallo splendo-jre di una giornata di sole di mille e mille anni fa, quando lo sguardo affettuoso di sua madre accompa­gnava il dono grazioso di oggettini tanto simili a quelli che adesso le scivolavano tra le dita... erano il regalo perii suo compleanno...
Appena riconoscibile, come qualcosa di lontano portato dal vento, le sembrava adesso di sentire un [canto... una melodia antica... ma sì! Era il canto, quasi (dimenticato, dei giorni di festa! Che gioia in quel ricordo!
Questa canzone...", pensava Ayl, "la stessa del giorno in cui attraversai il bosco; la stessa di quando Etal mi prese la mano; di quando caddi nell'acqua vicino alla sorgente e di quando, attraverso le foglie, vidi...vidi...".
Ma fu proprio allora che la terra cominciò a tremare.
Il vortice colorato dei ricordi si disperse dolorosa­mente, lasciando Ayl sola, senza fiato, completamente smarrita in quel momento inaspettato e crudele.
All'inizio furono vibrazioni sottili che seguivano colpi lontani ma poi il pericolo si fece sempre più vicino, fino a che qualcosa di simile a un terremoto percorse le profondità della terra.
Migliala di colpi si abbattevano ora sopra le teste degli spiritelli, sin quando le prime zolle di terra furono rivoltate lasciando penetrare, in quel mondo sommerso, il soffio di un millennio sconosciuto.
Immobili, nell'ombra, guardavano ora tutti verso l'alto mentre, da fuori, arrivava il chiasso di rumori e voci straniere.
Ayl capì che non c'era più tempo per avere paura. Il suo mondo sarebbe evaporato alla luce del sole: già vedeva quei tentacoli lucenti cancellare la loro sostan­za delicata. Con tutta l'ostinazione di cui era capace, ricordò l'antica lingua dei suoi avi e, rompendo un silenzio durato millenni, gridò!
Gridò così forte da aggiungere allo stupore altro stupore; la cascata violenta di parole, in quella lingua lontanissima e familiare al tempo stesso, giungeva sugli spiritelli inaspettata quanto i raggi del sole nelle tenebre.
Dovevano trovare il modo di salvarsi, implorava Ayl, perché non sarebbero sopravvissuti alla luce del giorno. Il sole li avrebbe cancellati, disselli; occorreva un rifugio, qualcosa cui aggrapparsi per non evapora­re, per non smarrirsi.
Ayl immaginava un'unica possibilità: immergere la loro sostanza leggera come l'aria in qualcosa di pesante e accogliente, capace di proteggerli.
E... Ecco l'idea! Cosa poteva esserci di meglio degli oggetti terreni che avevano accompagnato l'esistenza nell'ombra di ciascuno di loro?
Il tempo per le spiegazioni era terminato ormai, e, senza aggiungere altro, Ayl scomparve. A uno a uno, tutti gli altri la imitarono. La maggior parte si immer­sero nei vasi, alcuni lo fecero in modo così goffo da causarvi lunghe crepe, altri ancora li spezzarono perfino! Le più giovani e magroline si tuffarono senza pensare nei lunghi bracciali a serpentina o, le più vanitose, nei piccoli anelli di bronzo... altri sparirono
i grosse spille. Tutto si svolse nell'assoluta confusione di un istante, poi fu di nuovo silenzio. Migliaia di occhietti spaventati si aprirono nella creta dei vasi o lei metallo dei gioielli, rimanendo in attesa...
Era il luglio del 1885, quando gli operai impegnati nei lavori per la costruzione delle Acciaierie di Terni videro, con grande meraviglia, emergere dai loro scavi piccole costruzioni circolari e, in esse, antichi oggetti...
Quando si comprese l'eccezionale valore della coperta, quegli oggettini misteriosi vennero raccolti, studiati e conservati con grande cura.
Oggi sono custoditi al Museo Archeologico e, che ci crediate o no, se guardate con attenzione, gli spiritel­li del tempo passato si lasceranno vedere, facendovi l'occhiolino.
Ma dove sarà finita Ayl? Qualcuno dice di averla riconosciuta in una serpentina tutta d'oro...

17 gennaio 2018

Buonanotte del 17 gennaio 2018

L'uomo saggio impara molte cose dai suoi nemici.

Aristofane

Balthus


Still Life, 1956 - Balthus

Forse tutto questo

Ichna

Forse tutto questo
Avviene in un laboratorio?
Sotto una sola lampada di giorno
e miliardi di lampade di notte?

Forse siamo generazioni sperimentali?
Travasati da un recipiente all’altro,
scossi in alambicchi,
osservati non soltanto da occhi,
e infine presi a uno a uno
con le pinzette?

O forse è altrimenti:
nessun intervento?
I cambiamenti avvengono da sé
in conformità al piano?
L’ago del diagramma traccia a poco a poco
gli zigzag previsti?

Forse finora non siamo di grande interesse?
I monitor di controllo sono accesi di rado?
Solo in caso di guerre, meglio se grandi,
di voli al di sopra della nostra zolla di Terra,
o di migrazioni rilevanti tra i punti A e B?

O forse è il contrario:
là piacciono solo le piccole cose?
Ecco: una ragazzina su un grande schermo
Si cuce un bottone sulla manica.

I sensori fischiano,
il personale accorre.
Ah, guarda che creaturina
con un cuoricino che batte dentro!

Quale incantevole serietà
nell’infilare l’ago!
Qualcuno grida rapito:
Avvertite il Capo,
che venga a vedere di persona!

Wisława Szymborska

16 gennaio 2018

Buonanotte del 16 gennaio 2018

L’uomo che non è capace di sognare è un povero diavolo. L’uomo che è capace di sognare e di trasformare i sogni in realtà è un rivoluzionario.
L’uomo che è capace di amare e di fare dell’amore uno strumento per il cambiamento è anch'egli un rivoluzionario.
Il rivoluzionario è quindi un sognatore, è un amante, è un poeta, perché non si può essere rivoluzionari senza lacrime negli occhi e senza tenerezza nelle mani.

Tomas Borge

Julia Hidalgo Quejo


Portón de Sintra. 1991 - Julia Hidalgo Quejo

Una minestra di quinoa

Mimmo Scipioni - Una minestra di quinoa, Diario di un viaggio in Bolivia

Arrivo a La Paz

Tutto è iniziato nel 1979... O forse tanti anni prima. Quell’anno un aereo mi portò in Nepal, per un trekking al campo base dell’Everest. Ma i viaggi per il mondo non cominciano mai il giorno in cui prendi un qualunque mezzo per spostarti, iniziano, come quelli interiori molto tempo prima, quando si comincia a cercare dentro di sé il perché di tanta piacevole inquietudine che spinge a muoversi prima intorno ai luoghi familiari e poi via via, in un vortice che sembra senza fine, sempre più lontano. Adesso, tanti anni dopo, sono qui in Bolivia nel mese di gennaio.
È la stagione delle piogge e non è un bel mese per andare in giro in Bolivia, ma un po’ perché avevo voglia di partire, un po’ perché era saltata una piccola spedizione in Perù, ho ripiegato sulla Bolivia. Non ci ho pensato molto, in fondo il bagaglio è lo stesso, ho solo dovuto comprare qualche altra carta geografica e cambiare il biglietto aereo.
Così la mattina del 17 gennaio sono in macchina accompagnato da Silvia, mia figlia, in coda sull’autostrada per l’aeroporto. Un breve scalo a Madrid e poi il grande balzo sopra l’oceano Atlantico. L’aereo non è troppo pieno, così posso dormire comodo e poi utilizzare il tempo per completare l’itinerario da percorrere una volta arrivato in Bolivia. L’idea principale è quella di ripercorrere le vecchie strade che gli Inca hanno tracciato e aperto lungo le Ande. Dalle notizie che ho i sentieri lastricati sono ancora in buono stato e le difficoltà non mi sembrano eccessive.
A Miami l’attesa non è troppo lunga, devo attendere solo cinque ore. Passeggiando per lo scalo, mi torna in mente la spedizione dell’anno scorso in Honduras, quando a causa degli incendi nelle foreste honduregne abbiamo perso l’aereo, e la nostra sosta in aeroporto è durata circa venti ore. Lo scalo di Miami ormai lo conosco proprio bene! Al controllo passaporti un’impiegata di La Paz molto cortese, mi spiega parecchie cose della capitale boliviana, mi dà qualche indirizzo e il numero telefonico di sua sorella da utilizzare in caso di emergenza. Rimane molto stupita nel sapere che faccio questi giri in montagna da solo, e in più in questa stagione. Comincio a pensare di aver sottovalutato il fattore pioggia.
Comunque, verso le 7 di mattina, arrivo all’aeroporto di La Paz dopo aver sorvolato un grandissimo e lunghissimo altopiano messo a coltura, che in seguito ho scoperto essere il più grande altopiano andino coltivato. Dal finestrino, oltre le coltivazione, vedo torrenti che solcano la terra in ogni direzione, e ognuno di essi trasporta tantissimi detriti. In lontananza c’è una catena montuosa coperta di neve, le Ande.
A differenza di altri Paesi dell’America latina che ho visitato, rimango colpito dal fatto che qui non c’è la terra rossa che attira sempre il mio sguardo per il suo colore intenso e caldo. La discesa è vertiginosa, in quanto la rarefazione dell’aria costringe i piloti a tenere una velocità molto alta e quindi a effettuare una frenata altrettanto brusca. L’aeroporto si trova molto più in alto della città, a 4100 metri di altezza, non a caso si chiama El Alto, e devo scendere attraverso una serie di piccole valli, fino a 3700 metri per raggiungere La Paz. Costruita su terreni a dir poco instabili, la città occupa una valle attraversata in tutte le direzioni da una serie di torrenti e il conglomerato che la forma è in continuo movimento.
Come dicevo, La Paz è edificata dentro una conca stretta e scoscesa con continui saliscendi. È nata a poco a poco, con l’arrivo dei primi cercatori d’oro. Infatti il fiume principale che attraversa la città era ricco d’oro, e appena si è sparsa la notizia che alcuni cercatori avevano trovato il prezioso metallo, frotte di uomini si sono riversati nella valle.
Adesso quel fiume è stato trasformato in una fogna dove scorrono, oltre all’acqua nera, tutti i residui di una grande e disordinata città. Passeggiando per le sue vie si vedono i fianchi delle colline ricoperti di case, la maggior parte in mattoni con qualche colonna di cemento, che poggiano su rocce composte da un misto di ciottoli e terra. Solo a guardarle sento i brividi nella schiena. Il mio zaino è arrivato regolarmente con me! Non sembra cosa da poco data l’importanza che aveva nel mio caso e le varie e sfortunate avventure che spesso affrontano i bagagli; così, con esso stretto sulle spalle, raggiungo il mio piccolo albergo.
L’hotel Illimani, spartano ma pulito e silenzioso, ha al suo interno un piccolo giardino, in cui penso subito di trascorrere alcune ore per mettere a punto il mio viaggio, ha stanze piccole arredate con un letto, un tavolino sufficiente per poter appoggiare un libro e altre poche cose che servono per scrivere. I bagni, in comune con altri ospiti, sono ben tenuti e costantemente curati dall’anziana proprietaria e da suo marito.
Le docce sono una sorpresa: per scaldare l’acqua c’è un filo elettrico direttamente a contatto con essa e, come raccomandano nella guida che illustra il sistema, bisogna stare attenti a non toccare i rubinetti una volta bagnati; l’aspetto è davvero sinistro, i viaggiatori hanno denominato questo tipo di docce sistema Frankestein, ma fortunatamente per il momento non ho bisogno di lavarmi.
Sono le 9 del mattino e decido di uscire per fare un primo giro in città, tanto non credo di riuscire a dormire e poi devo cercare di abituarmi al nuovo fuso orario. Cammino lentamente e senza sforzarmi, ma nonostante questo ho il fiato corto e un po’ di mal di testa; i 3700 metri di quota si fanno sentire. Passare dalla quota molto inferiore dove vivo normalmente a queste altezze, mi lascia un leggero disagio, nonostante io sia abbastanza allenato alle variazioni di altitudine.
Comincia a piovere, una pioggerellina fina e nebbiosa, quella che non ti bagna totalmente ma che pian piano ti porta via il calore e ti fa tremare; va avanti tutta la giornata. Nel mese di gennaio è così tutti i giorni, spero di aver fatto la scelta giusta a venire qui in questo periodo. Decido di visitare il centro della città e arrivo così alla piazza principale che si apre al termine di una via in salita e stretta; le macchine che la percorrono la fanno sembrare ancora più piccola, auto rumorose a causa delle marmitte rotte e del perenne suono dei clacson.
La piazza invece è spaziosa, e ha una zona pedonale al centro. Mi colpisce subito un grande palazzo in stile ottocentesco con le sue bandiere, è il palazzo del Presidente. Attaccato a questo sorge la Cattedrale, costruita un po’ più in alto del piano stradale. Con una scalinata si accede all’ingresso della chiesa. Chissà se anche qui il potere della Chiesa è espresso in questo modo. Sul lato destro della piazza c’è il palazzo del Governo, anche questo con le sue bandiere e i suoi soldati. E poi negozi e ristoranti. La parte pedonale è divisa in due zone collegate da una scalinata. Quella bassa è davanti alla casa del Presidente, arredata con panchine e affollata di gente e venditori ambulanti. Dall’altra parte ci sono una serie di alberi, una fontana e poi la strada.
Sedute sui gradini noto due donne in costume boliviano, rimango stupito nel vederle, perché pensavo che quel modo di vestire fosse quasi scomparso, o si usasse solo nelle campagne. Nulla di più sbagliato, come avrei appurato. Leggo che tra sottovesti e gonne, le donne ne portano sette. Sotto a queste poi indossano i mutandoni di lana e i calzettoni. Il costume tipico è completato da due camicie, un poncho e l’immancabile bombetta. Questo nel periodo invernale. Presumo che nella stagione calda si tolgano qualcosa. Credo che gli uomini qui siano molto pazienti. Questo abbigliamento è stato imposto alle popolazioni andine da un viceré spagnolo per dare, secondo lui, decoro alle donne.

Franz Tumler

agenda letteraria
  Il 16 gennaio del 1912, nasce a Gries (Bolzano), lo scrittore austriaco Franz Tumler


La nostra vita la vivemmo in
altro modo: da gente semplice,
italiani insorti contro quel mondo
di capi, orpelli e incoronazioni,
senza riferimento alcuno se non la
propria città; così era già
stato in passato e così fu per noi [...]
poiché non pensiamo che la vita sia
fatta di discorsi destinati a
passare alla storia.

(Incidente a Trento)

15 gennaio 2018

Buonanotte del 15 gennaio 2018

È significativo che il Maestro, che in tutta la vita predicò l’amore del Padre e la misericordia, abbia usato tanta durezza. Ritengo che la parola “maledetti” venga pronunciata proprio contro chi si picca di essere buono, devoto e religioso, ma poi nel quotidiano accumula case e vestiti, sfrutta i deboli, non paga le tasse e passa indifferente accanto a chi è in stato di bisogno, magari urlando che deve tornarsene al suo paese, anziché “invadere” l’Italia in cerca di pane e lavoro.

Don Andrea Gallo

Pier Head


Pier Head, Winter I - Cormac O'Leary

Amleto

Essere, o non essere - questa è la domanda: se sia più nobile per la mente soffrire i colpi e le frecce dell'oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, finirli. Morire, dormire - nient'altro, e con un sonno dire fine alla stretta del cuore e ai mille tumulti naturali che eredita la carne. E' una consumazione da desiderare devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare; e qui è lo scoglio. Perchè, in quel sonno di morte, quali sogni possono venire, dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale, deve farci esitare. Ecco il motivo che dà alla sventura così lunga vita. Perchè chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto degli oppressori, l'offesa degli arroganti, gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge, l'insolenza delle cariche ufficiali, e gli insulti che il merito paziente riceve dagli indegni, quando da solo potrebbe darsi la sua quietanza con un semplice pugnale ? Chi vorrebbe portare pesi, per imprecare e sudare sotto una faticosa vita, se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato dal cui confine nessun viaggiatore ritorna, sconcerta la volontà e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che volare ad altri che non conosciamo ? Così la coscienza ci fa codardi tutti, e così il colore naturale della risoluzione è contagiato dalla pallida cera del pensiero, e imprese di grande altezza e momento, per questa causa, deviano dal loro corso e perdono il nome di azione.

William Shakespeare

14 gennaio 2018

Buonanotte del 14 gennaio 2018

Le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo noi di fare.

Alberto Moravia

Paul Cézanne


The Lac d'Annecy, 1896 - Paul Cézanne

Mai nel mio nome

Mi sveglio con uno strano rumore negli occhi. La porta della stanza viene picchiata con forza dall'esterno. All'improvviso si apre ed entra una vecchia. È mia nonna. Mi guarda col suo occhio folle e i capelli che brulicano di serpi e di vermi, mi grida suonando il violino che dobbiamo far presto, che nessuno ci aspetterà più, che dobbiamo correre, arrivare in tempo per il giudizio finale che è oggi, per non rischiare di non essere dannati e passare il resto dell'eternità su questa porca terra che non verrà mai distrutta, se non per cause naturali.
La seguo vestito di un manto scarlatto che mi avvolge le gambe, la vista si annebbia, di fuori, il sole accecante la blocca in una cappa di bianco dolore. Corriamo per tutto il giorno e anche la notte. Mia nonna davanti a me vestita di stracci saltella felice e suona il suo maledetto violino arancione, mentre io arranco dietro di lei, e ansimo, le dico di andare avanti che non ce la faccio più. Neanche si volta a guardarmi.
Crollo con la faccia sull'erta bagnata. Sotto il pelo dell'erba, seicentoventisei nani trasportano palline di vetro intrecciato e bacchette di diaspro veneziano. Mi volto sulla schiena con uno sforzo immane e sono circondato. Attorno a me è un cerchio di api ronzanti che mi pungolano ed aprono il fianco da dove esce linfa vitale, attorno alberi in cerchio nel buio, attorno ancora intravedo un muro, alto che il sole non possa passare, circolare, grigio nel nero bluastro della notte dei tempi. Le cascate ai quattro angoli della strada iniziano a scrosciare la loro musica di limpida acqua liquida e bagnata. Tra poco i pesci cominceranno a risalirle, tranne i salmoni. Tra poco le acque diverranno rosse del sangue dei secoli. Tra poco sorgeranno nuove montagne, e nuovi fiumi convergeranno nella terra sotto di me, squarciandola come con una ferita ulcerosa. Si aprirà una fossa che inghiottirà ogni cosa, i nani verranno spazzati via dalla furia del lampo assieme alle loro palline e bacchette luminose, ribollirà tutto come in un immenso calderone fumante, si costruirà una nuova, grande città, si taglierà marmo per le sue fondamenta, mattoni per le sue case, e fango per la sua rocca. Dalla cima gorgoglierà un fiume bianco su cui voleranno cavalli dalle ali dorate, si risolveranno tutti i problemi di trasporti e le abiteranno gli uomini che si son rifiutati di essere giudicati, sarà elevato un pennone, e da questo penzolerà impiccato il mio Zarat-hustra, ultimo dio ad essere stato innalzato e deriso.
La terra cerca di mangiarmi nella sua fame insaziata, e mi rivolto dentro di essa finché ho negli occhi gli steli dell'erba umidiccia che tremano. Qualcosa colpisce le ciglia e l'acqua a scorrere prende. Pian piano, davanti al mio viso spremuto contro il terreno si apre un piccolo solco di fiume, che si viene ingrandendo, e mi risucchia verso il suo centro. Sento il ventre rientrare nel corpo, diventare cervello, poi occhi, e gli occhi mi cadono in questo corso impetuoso e limpido che scorre. Ho perduto la mia sessualità e la mia fede, ho perduto tutto me stesso, e solo ora mi ritrovo davvero. Acqua tra le acque, sono anch'io ruscello ruggente e vitale. E mentre scorro tra di esse, un salmone mi si avvicina e prende a pisciarmi addosso.

Michele Di Schino

Giulio Andreotti

agenda letteraria
Il 14 gennaio del 1919, nasce a Roma l'uomo politico e scrittore Giulio Andreotti


In fondo, io sono postumo di me stesso.

A parte le guerre puniche, mi hanno attribuito di tutto.
So di essere di mezza statura, ma non vedo giganti intorno a me.
Si fa bene a tenere un diario. Ed è utile che tanta gente lo sappia.


(Giulio Andreotti, frasi celebri)