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Visualizzazione dei post con l'etichetta Vitaliano Trevisan

Magnolie

Gli alberi non parlano, non comunicano tra loro né tantomeno comunicano con noi. Cosí ci è stato insegnato. Tutto ciò che uno può vedere, guardando un albero, non è che un albero; e tutto ciò che uno può pensare di quell’albero non viene dall’albero, che non dice nulla, ma da lui stesso. Comunque, c’erano queste due magnolie una di fronte all’altra. Erano venute su insieme: una nel giardino dell’ultima casa in fondo alla via sulla destra; l’altra nel giardino dell’ultima casa sulla sinistra. Fin da quando eravamo bambini le avevamo sempre viste belle e rigogliose, ed eravamo convinti che si parlassero e si mettessero d’accordo su quando fiorire, quando fare i frutti e quando lasciarli cadere, visto che lo facevano sempre nello stesso momento. Eravamo addirittura convinti che si volessero bene, che si facessero compagnia nelle fredde notti d’inverno cosí come nell’insopportabile canicola di agosto. Pensavamo anche che le due magnolie si parlassero in continuazione, e approfittassero del...

Cipollianamente

Non appena uno scrive qualcosa, e lo pubblica, deve anche accettare che chiunque abbia avuto la compiacenza di leggere, si senta anche in diritto, visto il tempo investito, di farsi a riguardo un'opinione. Tuttavia questo è del tutto normale, e non c'è nulla da aggiungere. Il problema è che chi legge non solo si fa un'opinione su ciò che ha letto (spesso senza nemmeno aver letto), ma anche, direi soprattutto, si fa un'opinione su chi ha scritto. Qualsiasi cosa si scriva, sembra non si possa fare a meno di andare a vedere se dietro le parole, anche le più chiare e precise, non vi siano delle altre parole, un qualche movente nascosto, una qualsiasi cosa utile a dividere il mondo in un noi e un loro - e se non si è con loro, si è contro di loro. L'atteggiamento più normale, e il più stupido, è di attribuire allo scrittore la stessa visione del mondo dei suoi personaggi, stupidità che, cipollianamente, si distribuisce equamente a prescindere che si tratti di lettori cos...

Works

Si era nella seconda metà degli anni Novanta, e la parola «imprenditore», spinta, promossa, direi quasi inoculata, attraverso un’ossessiva campagna di marketing, da una nuova e potentissima ditta politica, stava entrando ormai nel linguaggio comune. […] Di qua, oltre le reti e le doppie porte con vetro antiproiettile ci siamo noi e quelli come noi, che lavorano in proprio per costruire la propria fortuna, e dànno anche lavoro agli altri; di là c’è un mondo di dipendenti sfigati e invidiosi, magari anche comunisti, che non sanno stare al posto loro e non fanno altro che lamentarsi; di dipendenti pubblici, che sono ancora più sfigati e più invidiosi; di politici rapaci che non ci fanno lavorare e si inventano ogni giorno una tassa nuova, come se già non ce ne fossero abbastanza, che se uno le pagasse tutte, non varrebbe neanche la pena lavorare; e poi pagare per cosa?, che poi bisogna difendersi da soli, e stare anche attenti, che se uno ti entra in casa e gli spari, sta sicuro che dopo ...

Suicidio

Chiuso in casa, cosa che devo ammetterlo mi ha sempre tentato e ancora continuamente mi tenta, avrei finito per essere raggiunto dal pensiero del suicidio. Il pensiero del suicidio lo devo sempre lasciare un passo indietro. Sempre almeno un passo dietro di me, pensavo, altrimenti sono finito. Mi sono salvato dall’idea del suicidio e in definitiva dal suicidio vero e proprio, solo grazie a questo continuo camminare, solo spostandomi in continuazione seguendo le rotte piú disparate, non diritto, non in cerchi concentrici, non a spirale, solo un continuo vagare, un continuo camminare, un continuo arrancare, nel continuo tentativo, devo dire coronato dal successo, di tenere sempre dietro il suicidio e il pensiero del suicidio, sempre e continuamente il suicidio almeno un passo indietro. Sono ancora in vita, pensavo, solo perché mi sfinisco percorrendo a piedi in lungo e in largo il bosco di roveri. V. Trevisan, I quindicimila passi, Torino, Einaudi, 2002

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