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I segnalati

Dopo lunghi anni di una frequentazione superficiale e sporadica, mescolati a disordinati e numerosi gruppi amicali, non so nemmeno perché cominciammo a vederci da soli, passeggiare, andare a bere insieme bicchieri di vino bianco. E scoprimmo di essere affini, cominciammo a sognarci e cominciammo a confessarci di sognarci. Ci abbracciammo, ci abbracciamo forte, fortissimo, ci baciammo sulla guancia, sulla bocca, con la lingua, finimmo a letto una prima volta e qualcuno si svegliò prima dell’altro e rimase a guardargli la schiena con gli occhi iniettati e il vapore in testa fino all’alba. C’erano delicate, minute cose ripugnanti e incontrollabili che mi piacevano di lei, ad esempio la voracità ferina con cui si consumava una prima colazione salata, particolarmente le uova all’occhio di bue con tre fette di prosciutto crudo, pietanza che mangiava spesso, come scoprii quando ebbi l’abitudine di dormire da lei, lasciandone io credo deliberatamente cadere resti del bianco fritto dalla bocca...

I segnalati

Quando vidi la loro espressione di delusione, come se, essendomi preso il disturbo di scendere per riconsegnargli il pallone, si aspettassero un rimprovero un po’ più originale, con la possibilità di un patetico conflitto con un adulto da raccontarsi poi tra le risate, li accontentai: «Andate a cacciare i gatti al largo di Torre Argentina». L’invito era sufficientemente crudo per catturare un pizzico del loro interesse, per quanto fosse possibile capirlo sotto le frange da teppistelli, i riccioletti neri sugli occhi, le espressioni accigliate di curiosità mista a fastidio che mi rivolgevano. Decisi così, su due piedi, di improvvisare una breve lezioncina, assai antipatica e che tuttavia mi procurò un certo aspro e sadico piacere, circa la bellezza del largo di Torre Argentina, «a sole poche decine di metri da qui, dove fu pugnalato a morte Giulio Cesare», una delle poche zone di Roma «a cielo aperto», dissi compiaciuto di usare un’espressione tra la mie preferite, ascoltata per la pri...

Deep Lipsia

Gli anni passarono, io crebbi sano e ottimista come un dio, vivendo alla giornata, e la villa di Marina di San Nicola ancora si difendeva e veniva considerata in circoli rispettabili della capitale un asset niente male, se la rivendevo ci facevo abbastanza per comprare sufficienti cani lupo da andarmene in giro circondato da torme di cani di lupo per pianure gelide e predicando il verbo della rinuncia alla tecnologia, dormendo dove capitava, perché si può dormire dove capita, quello che è difficile è trovare un posto dove lavorare, ma all’epoca io avevo solo sedici anni, andavo al liceo Pio IX tenuto dai fiamminghi Fratelli di Nostra Signora della Misericordia in Via della Conciliazione a Roma usando una Honda 125, vestivo come un teppista, conoscevo un certo Giorgio detto Gunther, correva in motocicletta e vestiva come un teppista, mi venerava. Io gli ero affezionato. Mia madre soffriva di una forma debole di Alzheimer e mio padre era morto da qualche settimana di cancro o forse il r...

Il vino speziato

Prima di partire per sempre, e prima di essere trasportato dalla nostra villa di mare alla clinica, zio Aroldo, nelle ultime settimane sul divano, divenne come un giocattolo per me e per se stesso. Facevamo ancora le partite a battaglia navale, le parole crociate, poche partite a scacchi e a dama perché quei giochi di riflessioni lo spazientivano, così come poche partite a carte, che consistevano nell’unico gioco che diceva di conoscere, un gioco che aveva un nome siciliano, ti vitti, ti ho visto. Un gioco di cui non ricordo più le regole, le ho dimenticate subito dopo che zio si è allontanato dalla mia vista. Ma il gioco che aveva inventato e che preferiva era il cielo, zio Aroldo diceva che poteva toccare il cielo e alzava insieme le mani, seguendone le punte della dita con gli occhi, e arrivato poco sopra la testa diceva, ecco, lo sto toccando, e mi raccontava di quali stelle, quali pianeti orbitassero attorno alle sue dita come anelli. Poi improvvisamente faceva schizzare le mani ...

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