Era una notte buia, ma non tempestosa. Nello scuro fitto di quella strada che avrebbe dovuto essere illuminata da un lampione che i picciottazzi avevano pigliato a petrate astutandolo, il cappello di gran marca, tanticchia scantato, camminava di prescia per arrivare dove doveva arrivare. Girato l’angolo, capì che il temuto malo incontro gli stava proprio capitando: davanti a lui, ferma come se lo aspettasse, c’era una coppola. E non una coppola quatrigliè da turisti inglisi o una verdoligna d’uso catalano; nossignori, questa era una coppola siciliana, di panno nivuro ed era macari messa storta. Come un grido soffocato, il cappello si tirò un passo narrè. “Scanto ti fici?” s’informò, a un tempo cortese e ironica la coppola. “Beh, si.” “E pirchì?” “Beh, si sa cosa rappresenta la coppola, no? E a vederti così all’improvviso davanti a me, nello scuro, in una strada solitaria, ho pensato subito a una mala coppola, una coppola che ha intenzioni tinte… Ci indovinai?” “Ci indovinasti” rispose...