Contare e raccontare
Carlo V, che era analfabeta, ma aveva a che fare con dignitari di lingue assai diverse, diceva – racconta una fonte – che per pregare gli andava bene lo spagnolo, per parlare alle dame il francese, l’italiano per jouer la farce e, infine, il tedesco per parlare à son cheval (ma il bon mot girava per l’Europa con varianti e aggiustamenti a seconda dei paesi…). I comici dell’Arte e gli attori di teatro e di melodramma che recitavano con successo per l’Europa sei e settecentesca convinsero che l’italiano, come già Carlo V pensava (almeno in una variante), era la lingua del bel canto e del teatro. Più o meno nello stesso torno di tempo lo sviluppo degli studi filosofici, matematici e scientifici in Francia convinse gli europei che il francese era la lingua della ragione e della scienza, e via seguitando. Ci sono ragioni storiche dietro questi stereotipi, ma di stereotipi spesso si tratta, Corneille e Molière, da un lato, Galilei dall’altro, e di rincalzo Shakespeare, Locke, le cantate tede...