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Tenda di perline.

Leggendo, provai quella che stava diventando una sensazione familiare: il mondo si ricombinava intorno a me mentre io metabolizzavo le parole comparse su un display a cristalli liquidi. Fra le notizie personali più importanti che avevo ricevuto negli ultimi anni, erano così tante quelle che mi erano arrivate via smartphone mentre ero in giro per la città che avrei potuto segnare su una mappa, rappresentare geograficamente, gli eventi principali, di fatto, dei miei primi anni dopo i trenta. Attaccare una puntina sul muro o piantare una bandiera su Google Maps in corrispondenza del Lincoln Center, dove, accanto alla fontana, avevo ricevuto la telefonata con cui Jon mi informava che, per chissà quale complesso di ragioni, un nostro amico si era sparato; cerchiare il Noguchi Museum di Long Island City, dove avevo letto il messaggio («Scusate l'e-mail cumulativa») inviato da una cugina stretta per descrivere le tragiche condizioni del suo bambino appena nato; mentre facevo la fila all...

Nel mondo a venire

Non volevo tornare a casa senza trovarci mia madre e dover affrontare la strana rimozione di mio padre e lo smarrimento dei miei fratelli minori, davanti ai quali continuavo a cercare di comportarmi come se tutto ciò che stava succedendo fosse normale. Ma poi cominciò a montarmi – ricordo che la cosa mi sorprese – una grandissima rabbia, e dissi al controllore con una tale foga che si voltò a guardarmi, così come un paio di altre persone intorno a noi: Io su questo treno ci salgo. Probabilmente dovetti sembrargli un pazzo. Figliolo, mi dispiace ma non è possibile, disse il controllore dopo avermi squadrato, mi disse mio padre, dissi ad Alex, e forse fu il tono gentile con cui parlò, o il fatto che usò la parola «figliolo», ma di punto in bianco, senza neanche rendermene conto, scoppiai in lacrime lì al binario. Nel senso che persi proprio il controllo, lacrime, moccio e tutto, lì impalato e intirizzito dal freddo col completo addosso, forse ancora coi sali nel taschino, e tutta l'...

Un uomo di passaggio

Avvertivo una specie di vampa di forza, la forza di percepire il mondo come sotto vetro, e quel distacco, insieme con la riduzione del mio bisogno o capacità di dormire, mi conferiva un'energia quasi vampiresca, anche se ero io stesso la mia preda. Potevo leggere e scrivere per ore di seguito con una concentrazione pressoché totale, accorgendomi a malapena che calava la sera, e alle prime ore del giorno giravo per Madrid, passando sotto casa di Isabel o alla galleria di Teresa solo per dimostrare a me stesso che potevo farlo senza la minima fitta di dolore. Osservavo spesso l'alba dal colonnato di El Retiro o da una panchina del Paseo del Prado, oppure prendevo la metro fino a una fermata che non conoscevo e da lì guardavo sorgere il sole, tornavo a casa, dormivo qualche ora, mi svegliavo e prendevo le pillole bianche, l'hashish, il caffè, e con un'energia straordinaria riprendevo le mie avventure nell'insensibilità. Avevo un po’ di paura, non sapevo bene di cosa; ...

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