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Opera senza nome

...Svegliarsi, in un mattino scialbo o radioso, e sapere che non si ha alcuna incombenza, verso nessu-no. Farsi un caffè, guardare fuori dalla finestra. Sentimento di una durata informe, impregiudicata. Indifferenza. Per giungere a questo, vari millenni erano passati. Ma nulla ne rimaneva, se non una cortina opaca, su ogni lato. Nessuno celebrò il fatto come una conquista. Era la normalità, finalmente raggiunta. Uno stato privo di carattere, precedente ai desideri. Una sorda base dell'esistenza. Non sarebbe mancato il tempo perché si formassero i capricci, i piani, le misure per la sopravvivenza. E questo era il punto decisivo: il tempo non era già occupato, scandito, ferito da gesti obbligatori, in mancanza dei quali si temeva che tutto potesse disfarsi. Questo avrebbe potuto produrre una sensazione esaltante. Così non fu. Anzi, la prima sensazione fu quella di un vuoto... (“L’innominabile attuale” citato da Roberto Calasso a proposito di “Brahmana” in “Opera senza nome” - Adelphi...

Opera senza nome

…Quanto alla materia saggistica, è pur vero che il libro era costellato di analisi e digressioni su singole parole, fatti storici, opere di autori classici. E allora, che cosa doveva prevalere? Una parola che appiana tutto: letteratura. Che cosa sia letteratura è meglio non definire con troppa insistenza. Forse non è più che una vibrazione, avvertibile nei testi più disparati: racconti, versi, ma anche analisi serrate, aforismi, trattazioni. Una pagina di Galilei e una del cavalier Marino possono stare accanto tra le vette della letteratura italiana. E letteratura era l'unica parola che mi ha sempre attratto, anche perché in pari misura alla narrativa e alla saggistica avevano finito per aggregarsi superfetazioni varie, che minacciavano di soffocarle. I saggi più densi non corrispondevano ai modelli della saggistica come i racconti più folgoranti potevano sfuggire ai canoni della narrativa. Che cos'è il Weinhaus Wolf di Benn? Un racconto? O un saggio raccontato? Domande da non ...

Figure geometriche

“...Fin dalle prime osservazioni ottocentesche di Helmholtz, Gowers, Airy, dei fosefeni si è sempre parlato come di figure geometriche variamente luminose, mobili, soggette a trasformazioni. Così ignorandone una grande parte, costituita da ‘immagini’ (persone, paesaggi, scene, architetture, tessuti) che affiorano ma non sono ricordi e non sono neppure riconducibili a una commistione di esperienze precedenti. Che nel regno dei fosfeni ci fosse ben più di qualche figura geometrica è avvertibile in certi protocolli dove si parla di di ‘tappeti turchi’ o di ‘carta da parati’ o di ‘distorsioni simili a quelle dei sogni’. Tuttavia un riconoscimento della infrenabile plasticità dei fosfeni, non è mai avvenuto, fino a tempi recenti e tuttora con cautela. Lo studio più approfondito dei fosfeni non dissimili da entità che appartengono anche al mondo esterno è stato dedicato alle fortificazioni che appaiono nell’aura emicranica: forme geometriche, ma pur sempre avvicinabili a luoghi esistenti, qu...

Roberto Calasso

Il 30 maggio del 1941, nasce a Firenze lo scrittore ed editore, Roberto Calasso Gli dei sono ospiti fuggevoli della letteratura. La attraversano, con la scia dei loro nomi. Ma presto anche la disertano. Ogni volta che lo scrittore accenna una parola, deve riconquistarli. La mercurialità, che preannuncia gli dei, è anche il segno della loro evanescenza. (La letteratura e gli dei, Premio Bagutta 2002)

I quarantanove gradini

I vasti pascoli dell’opinione sono un vanto della civiltà. Eppure è cosa temibile, che ha seguito vicende tortuose, beffarde, fino al suo trionfo, il presente… Caduto il reggimento divino e svilito il vicariato della metafisica, l’opinione è rimasta allo scoperto, come ultima pietra di fondazione, a coprire folle di vermi… Perché l’opinione è innanzitutto una potenza formale, un virtuosismo che cresce senza fine, che attacca ogni materiale. La beffa dell’opinione è di accettare qualsiasi senso, impedendo perciò di farsi riconoscere per le tesi che presenta. Indiscriminata, perinde ac cadaver, l’opinione inghiotte il pensiero. — Roberto Calasso

La Folie Baudelaire

«La grande poesia è essenzialmente bête, crede, ed è questo che ne fa la gloria e la forza»: Baudelaire, 1846. «I capolavori sono bêtes. - Hanno l’aria tranquilla come le produzioni stesse della natura, come i grandi animali e le montagne»: Flaubert, 1852. A distanza di sei anni, l’uno in una recensione, l’altro in una lettera, e ovviamente ignorandosi, i due aedi della bêtise scrivono frasi affini, che aggiungono alla parola una dimensione ulteriore. Non si tratta allora di pura «stupidità», come le altre lingue sono costrette a tradurre bêtise. Ma di qualcosa in cui permane un oscuro fondo animale, come se, giunta al suo apice, l’arte ritrovasse qualcosa del bello di natura, però velato da una pellicola opaca, impenetrabile, refrattaria a rendere conto all’intelligenza. Roberto Calasso

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