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Visualizzazione dei post con l'etichetta Chandra L. Candiani

Il silenzio è cosa viva

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro. [Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018, p. 75]

Chandra Livia Candiani

Tu tienimi e io mi trasformerò in meraviglia tra le tue mani, al caldo, quel caldo che di notte fa crescere il grano. Tu tienimi come guscio di noce nel pugno fessura tra i mondi. C’è silenzio tra te e me c’è perla. Ti tengo.

FramMenti

Niente, è che a me piacciono da sempre le cose mute, quando l’io zittisce e si alza il volume della voce non solo degli uccelli ma anche del silenzio dell’armadio e del tavolo della lampada e del letto. Allora niente, vivo in una nuvola di luce dove tutto rabbrividisce e fa parola, allora bevo all’orlo del mondo alla sua fontana.  Chandra Livia Candiani

FramMenti

Fa tutto male, ma si può imparare ad avere a che fare con i grandi ustionati. Lentamente, lentamente, il male si sposta nel cuore e a poco a poco lo riempie di un’acqua tiepida e salata; allora qualche frammento si scioglie, allora tenendosi fortemente per mano non si sprofonda, si ascolta lo sgretolarsi lentissimo del male come la sabbia in una grande clessidra. Si cammina e fa male, ci si siede e fa male, si beve e fa male, si apre la finestra e fa male, ma il male non è abituato al bene, e lasciandolo essere e togliendo la parola ai pensieri che lo commentavano trova la porta del cuore e si riposa...  (Chandra Candiani, “Questo immenso non sapere”)

FramMenti

"Non è proibito volere la tenerezza, volersi unici per qualcuno, chiedere: “mi vuoi bene?” è come chiedere: “ci sono per te? Sono al mondo? Resti con me, a fare mondo insieme?” Che male c’è? Purtroppo abbiamo il mito dell’autonomia, dell’orgoglio, del faccio tutto da me. Io ho bisogno degli altri e questo bisogno mi fa paura, ma lo sento lo stesso. Siamo interdipendenti, come lo è la pioggia dalla terra e dalle nuvole, come gli alberi dalle radici e dal cielo, come gli animali dal bosco e dagli altri animali, come tutto fa parte di tutto. Un lavoro a maglia è l’universo e ognuno di noi è un punto: che male c’è, se chiediamo all’altro punto, di fare maglia insieme? Se non lo facessimo, al nostro posto, ci sarebbe un buco."  (Chandra Livia Candiani)

L’arte della meditazione

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Anche se la maggior parte di noi inizia un percorso meditativo in cerca di pace, ben presto ci si accorge che quello con cui entriamo in contatto è il caos della nostra mente e la ristrettezza del nostro cuore. La pace non è la quiete, è piuttosto l’accoglienza dell’irrequietezza. Non si tratta dunque, di sottrarsi alla vita, all’azione, alle sue necessità per fuggire in un mondo solo interno, in un oltre, ma si tratta di non essere incantati. E’ come svegliarsi. Il mondo può cambiare solo se cominciamo a cambiare noi stessi, perché la postura “fisica e del cuore” necessaria per meditare è “esporsi all’essere”. La meditazione, se praticata quotidianamente e con senso di avventura, cioè di ricerca, a poco a poco cambia la vita, perché cambia gradualmente il nostro stato di coscienza. C’è una bellissima definizione di Yogananda in proposito: “meditare significa morire al mondo senza morire”. È un lasciar andare tutte le cose cui quotidianamente, e per tutta la vita, rimaniamo aggrappati....

La poesia

La poesia per me è una non specialità, non sapere niente di speciale, non sapere, ma un immergersi nel non lo so, un ricevere le parole come arrivassero da una grande bocca misteriosa e farsi tutt’orecchi. Diceva Paul Celan “La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino”, e io sento una grande gratitudine perché la poesia è venuta a trovarmi quando avevo dieci anni, e spero che non mi abbandonerà mai, perché è la mia religione, è quella cosa che mi lega alla vita, che mi lega anche a tutti gli invisibili, soprattutto ai bambini che non vengono visti né ascoltati, che grazie alla poesia possono trovare una lingua madre. La poesia è la lingua di chi non sa parlare. Chandra Livia Candiani

Non voglio

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro. Chandra Livia Candiani

Tenerezza

“La tenerezza per me è un sentimento forte. Ci si arriva, è un percorso. Spesso diventiamo teneri dopo che la vita ci ha stagionato ben bene, stanato, sbocconcellato ma anche dopo aver conosciuto il male che facciamo a noi stessi indurendoci. / La tenerezza non c’è dove c’è severità, giudizio, malevolenza. Per me è un po’ come una sorella minore della compassione, meno notevole, meno in prima linea, è un po’ timida la tenerezza, ha il muso di un animale dei boschi, è schiva e delicata. / Quando diciamo di un bambino che è tenero è perché lo vediamo disarmato, senza furbizia, sprovveduto. Anche i vecchi ci muovono queste onde piccole di tenerezza, anche il loro è un disarmo, una vacuità di strategie, un’inadeguatezza a farcela sempre, a essere a livello delle aspettative. / Chi è tenero non vuole farcela a tutti i costi, vuole sentire come sta e sentire come stanno gli altri, è sorella e fratello, non è genitore, non è maestro. La tenerezza sa stare alla pari, fianco a fianco, non è fr...

Buonanotte del 28 aprile 2019

Ti scrivo per dirti qualcosa che non so, un tocco, qui nevica la neve è evidente nevica e te lo dico neve sottile. Ti regalo città bianca di mollica la neve vede tutti ogni filo d’erba contro i muri ha un piccolo berretto ghiaccioli al collo dei semafori la neve vede tutti ed è evidente non so dirti nulla quello che conta è il filo questo filo di voce, di scrittura per dirti quello che non so, ti voglio un bene evidente. — Chandra Livia Candiani

Buonanotte del 22 gennaio 2019

Ho sperato tanto nelle parole e ho bussato tanto dentro le parole, ho anche spalancato le parole, fracassato le parole, accarezzato le parole. La parola è in via d’estinzione, penso che dovremmo svegliarci e accorgercene che tra le tante cose del nostro pianeta che stanno morendo ci sono anche le parole, e averne tanta cura, coltivare una vera passione per le parole che ancora possono raggiungere l’altro. Le parole sono un ponte tra io e tu, e spesso servono invece per dividere. Chandra Livia Candiani

La bambina pugile

Scrivimi una lettera inospitale qualcosa che mi spintoni all’aperto, mi dia mondo. Scrivimi come mi soffiassi via dal muro l’ombra troppo invadente di una gigantesca mano, come mi baciassi, rompendo l’incantesimo dell’infanzia intoccabile. Mandami un vino forte riga per riga, un sangue che macchia e smisura le parole. Mandami a me, mandami alla consegna, come un pacco prezioso in carta casuale, un neonato in regalo una faccia spalancata al cosmo. Scucimi dal tempo come astro rapido, estremo, come orizzonte cancellato dalle onde mutevoli del senso. — Chandra Livia Candiani

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