Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta Scott Spencer

Un amore senza fine

Scrissi cento lettere che non osai spedire. A Keith, a Sammy, a Hugh. Più d'una dozzina ne scrissi ad Ann e oltre settantacinque a Jade. Scrissi domande di perdono. Scrissi spiegazioni, logiche motivazioni, requisitorie contro me stesso che probabilmente andavano oltre ogni loro più arcigno impulso. Scrissi lettere d'amore, e una la firmai col sangue di un polpastrello appositamente tagliato. Imploravo e ricordavo, giurando il mio amore col singhiozzante ardore dell'esiliato. Scrivevo all'alba, scrivevo nel bagno, mi svegliavo nella solitudine notturna e scrivevo, scrivevo. Scrivevo poesie, alcune copiandole, altre componendole. Spiegavo fermamente al mondo come ciò che Jade e io avevamo trovato l'una nell'altro era più vero d'ogni altra realtà, più vero del tempo, più vero della morte; più vero, persino, di lei e me. — Scott Spencer

Un amore senza fine

Sono sempre stata convinta che fosse Hugh a farmi la corte, ma anche quando a Cambridge me la faceva sul serio, palesava una diffidenza incurabile. Hugh cercò di conoscermi dopo che uscì un mio racconto su un periodico letterario locale, stampato, ricordo, con inchiostro blu su carta gialla; un contributo, il mio, talmente trito e pretenzioso (la solita tiritera con la solita protagonista che somiglia molto all'autrice, soffocata poverina dalla sua stessa cultura e raffinatezza) che cercai di non farmi vedere in giro per una settimana. Ma Hugh riuscì a trovare incantevole quel mio pezzo e quindi a rintracciarmi. Non ci conoscevamo e mi scrisse una letterina molto formale invitandomi per un daiquiri (in quel racconto, l'eroina beveva daiquiri a dozzine) alla Parker House. L'idea di conoscere quel compito e bene intenzionato sconosciuto era troppo seducente perché potessi resistere, cosicché mi presentai alla Parker House vestita di nero con un filo di perline di vetro color...

Un amore senza fine

Se essere innamorati vuol dire trovarsi improvvisamente uniti con la parte più disordinata e oltraggiosamente viva di sé, allora questo stato di acuta sensibilità non si assopì in me dopo un certo lasso di tempo come invece dicono che succede in altri. Se la mia mente avesse potuto emettere un suono avrebbe infranto una fila di calici di cristallo. Intravedevo coincidenze in ogni cosa; i significati dardeggiavano e danzavano come molecole surriscaldate. Tutto era spaventosamente complicato; e tutto spaventosamente semplice. — Scott Spencer

Etichette

Mostra di più