Circondarsi

Dalla generazione dei nati a fine anni Sessanta in poi, l’autoironia è diventata evidentemente un alibi. Non è più un modo per mettersi in discussione, ma un modo per evitare di farlo; non uno strumento di analisi, ma una coperta di Linus o una corazza con cui si difende un’identità debole. Anche nella letteratura, nel cinema, nelle serie o nei fumetti si cerca quindi quest’io consolatorio (romantico, direbbe Girard): ci si vuole specchiare in un personaggio che può pure avere mille difetti, ma che anche quando è sconfitto si rivela sempre migliore del mondo grande e crudele, cioè in fondo si rivela sempre – a buonissimo mercato - il vincitore morale. Purtroppo l’arte (come il pensiero critico) arriva invece a una qualche verità proprio quando scopre la complicità del soggetto col mondo. Per questo ce ne stiamo allontanando, e produciamo e lodiamo con enfasi soprattutto dei surrogati. Più il nostro io profondo sparisce inghiottito da un io sociale che deve riscuotere a pronta cassa il consenso altrui, meno siamo disposti a scendere nei nostri inferni e a rappresentare uno scacco senza soluzioni, o ad avere a che fare con chi ce lo mette davanti. Ci circondiamo così di alter ego la cui bandiera, al di là di ogni peccatuccio esibito, è uno spudorato “vogliatemi bene”; e chiamiamo questa bandiera bella, poetica, struggente, solo perché ci copre la vista di realtà che ci imbarazzano e che non sopportiamo.

Matteo Marchesini

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