30 luglio 2015

Le virtù dimenticate del cinico

Ci fu una lunga era dell’umanità in cui la oralità fu primaria. La letteratura e la comunicazione erano affidate alla parola e alla memoria, i miti e la loro rielaborazione nei grandi poemi come l’Odissea e l’Iliade erano il risultato di stratificazioni della memoria, della comunicazione bocca a orecchio, ancora nella Grecia di Platone o nella Roma di Cesare e Cicerone. Mnemosine. la memoria, e Hermes, il messaggero alato, erano fondamentali nella cultura. Poi venne l'era della scrittura e della stampa che è durata fino all'avvento della televisione nella quale, ne abbiamo ricordo vivissimo, la scrittura era quasi la stessa cosa della verità, quello che scrivevano i libri e i giornali aveva qualcosa di indiscutibile, generazioni di piemontesi hanno chiamato "la Stampa" la busiarda, la bugiarda ma per un’affettuosa parodia della dissacrazione, in realtà tutti erano convinti che ciò che appariva stampato era la verità. Ne era convinta a tal punto anche la classe dirigente, la borghesia, che la scrittura nella sua informazione obbediva a precise regole, evitava il turpiloquio e la pornografia, rispettava la lingua, rifiutava il gergo esterofilo. Era una scrittura di classe diversa dal volgare, la scrittura dei politici, degli avvocati e degli scienziati.
Poi arrivò la televisione e con essa la sacra audience, cioè la grande udienza, la grande platea adattata alla pubblicità e si diffuse quella che i tecnici, i filologi come il professor Gianni Guastalla, autore del prezioso saggio Comunicare ricordare, chiamano la «oralità secondaria»; non più l’oralità che diffondeva i miti e la cultura della memoria, ma l’oralità a disposizione di tutti, in continua modificazione, che ha prodotto curiosi effetti. Nel tempo in cui la tecnologia informatica sta sostituendo la memoria umana, nel tempo in cui in un disco può essere registrata una intera enciclopedia, sono rinate pratiche e metodi della memoria a livello giocoso, ludico. Tutte le televisioni organizzano i cosiddetti quiz, gare di memoria su tutto lo scibile spettacolare : cinematografo, canzoni, moda. E tutte hanno in programma i loro talk show, cioè gli spettacoli di parole, gli scontri di parole, dove tutti parlano a vanvera senza possibilità di verifiche, un fiume di parole che una volta pronunciate vengono dimenticate, e scorrono via come acqua su un vetro. In gran parte basate non su una grammatica e su una tradizione letteraria ma su parole - luogo comune che cambiano di continuo significato e che durano quanto una moda. Che cosa significa oggi la parola « cinico », ampiamente usata anche nelle cronache sportive, nessuno lo sa bene, « cinico » sta per cattivo come per opportunista, per privo di sentimenti come per pragmatico, la squadra di calcio Inter è « cinica » perché fa il minimo delle reti necessarie, gli integralisti islamici sono «cinici» perché fanno strage di innocenti, il destino è « cinico e baro » perché se ne infischia dei desideri umani, tutto meno che il significato che viene dalla filosofia cinica, di rispettare le virtù più che le consuetudini.

Giorgio Bocca, in Il Venerdì di Repubblica, 24 gennaio 1998.

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