14 febbraio 2016

Silenzio!

Quando Eluana è morta, se avessi potuto gridare, per assurdo avrei pronunciato solo una parola: "Silenzio!". Avrei voluto che il mondo si fermasse - un cortocircuito, i telefoni muti, le telecamere spente, gli schermi dei computer annebbiati - per restarmene anch'io ammutolito, la testa raccolta tra le mani, a svuotarmi di tutti i sentimenti che avevo provato negli anni: l'indignazione, il dolore, l'angoscia. Difficile spiegarlo a parole. Eppure per qualche ora è stato così: io andavo in una direzione e il resto del mondo in un'altra. Io in una bolla d'aria dentro la quale non vedevo né sentivo nulla e fuori il caos. Certo non potevo illudermi che la morte di Eluana, la parola fine, potesse restare nell'intimità. Le avevo dato voce e ne avevo fatto una battaglia pubblica di libertà. Ma mi sembrava folle che a quell'epilogo si fosse giunti solo attraverso tanta violenza, dopo tutti quegli insulti, quella disumanità. Gridavano "assassino" i cattolici oltranzisti asserragliati sotto le finestre della clinica con i lumini accesi e le bottiglie d'acqua, e quelli che cercavano di zittirli urlavano comunque. E anche se io ero lontano, tutte quelle grida erano talmente forti da far tremare le pareti della mia casa a Lecco. La notizia della morte di Eluana sembrava attraversare ogni barriera di spazio e di tempo, di lingua e di civiltà...
Per dare l'ultimo saluto a Eluana volevo essere solo, e in fondo lo ero veramente poiché mia moglie non era più in grado di comprendere ciò che stava accadendo. L'avrei protetta da tutto quel dolore, come ormai tentavo di fare da tempo. Non le avrei mai fatto vedere il corpo di nostra figlia come l'ho visto io, ricomposto dopo l'autopsia. Pensavo alla sorte che non aveva consentito a Saturna di abbracciare la figlia nemmeno ora, come non aveva potuto farlo la notte dell'incidente - loro così indissolubili - e a come mia moglie si fosse consumata nell'attesa, in quel tormento che le era sembrato un'ingiustizia, un crimine forse più grande dell'aver perso la creatura che più amava. Quante cose ci sono state negate! Guardavo inebetito mia figlia, inerme, sola al centro di quella stanza troppo grande. Tutto quel gelo, quella disumanità attorno al suo corpo, la violenza di chi si era impossessato di lei per tanto tempo. Guardavo Eluana che era stato un ostaggio dei sostenitori della vita a ogni costo, della carità che pretende sempre di essere amore, della pietà che è una tortura, e pensavo: se solo voi sapeste davvero cosa significa dover attendere la morte e desiderarla come il minore di tutti i mali, non avreste inflitto a Eluana lo strazio di tutti quei giorni e quelle notti, in un letto, in balia degli altri. Non avreste accettato che i suoi occhi scuri si smarrissero nel nulla, lei che si riempiva lo sguardo di emozioni e di gioia, che si illuminava, che era così vorace verso la vita. Nel silenzio, a fatica, d'un tratto ho riconosciuto la mia voce: "Addio, stellina mia, ora riposa in pace". Ho pianto. I singhiozzi erano talmente forti che mi squassavano lo stomaco. Non so se sia stato il pianto liberatorio dopo diciassette anni di sofferenza atroce. So soltanto che prima non mi ero mai potuto concedere nemmeno le lacrime perché ogni fibra del mio corpo era annodata in una morsa, come un guerriero che non può avere pace e provare stanchezza. Sono fuggito via.

Beppino Englaro, La vita senza limiti - Bur Rizzoli, Milano 2012, pp. 135,136, 144,145

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