25 novembre 2016

L'immoralista

Cari amici, sapevo che mi siete fedeli. Al mio richiamo siete accorsi, come io avrei fatto per voi. Eppure non mi vedevate più da tre anni. Possa la vostra amicizia, che resiste così bene alla lontananza, resistere anche al racconto che voglio farvi. Perché se vi ho chiamato all'improvviso, imponendovi un lungo viaggio fino a questa mia lontana dimora, è stato solo per vedervi e perché possiate ascoltarmi. Non voglio altro aiuto che questo: parlarvi. Sono arrivato a un momento della mia vita che non riesco a superare. E non si tratta di stanchezza. Ma non capisco più. Ho bisogno... Ho bisogno di parlare, vi dico. Sapersi liberare non è niente; il difficile è sapere essere liberi. Permettetemi di parlarvi di me; vi racconterò la mia vita, semplicemente, senza modestia e senza orgoglio, più semplicemente ancora che se parlassi a me stesso. Ascoltatemi: L'ultima volta che ci vedemmo fu, ricordo, nei pressi di Angers, nella chiesetta di campagna dove si celebrava il mio matrimonio. Non c' era molta gente e la presenza di amici veri faceva di questa cerimonia banale una cerimonia che toccava il cuore. Mi sembrava che tutti fossero commossi e questo commuoveva anche me. All'uscita dalla chiesa vi uniste a noi per un rapido pranzo nella casa di colei che era diventata mia moglie; la carrozza che avevamo ordinato ci condusse via; l'ultima visione, che si accompagna sempre nella mente all'idea di un matrimonio, fu quella di un treno in partenza.
Conoscevo assai poco mia moglie e pensavo, senza soffrirne troppo, che lei non mi conosceva molto di più. L'avevo sposata senza amore, per compiacere soprattutto mio padre che era preoccupato all'idea di lasciarmi solo morendo. Provavo un tenero affetto per mio padre; vissi vicino a lui la sua agonia e non pensai, in quei tristi momenti, che a rendergli più dolce la fine; impegnai così la mia vita, senza sapere che cosa fosse la vita. Il nostro fidanzamento al capezzale del morente fu mesto, ma non mancò una certa gioia grave, tanto profonda fu la pace che ne derivò a mio padre. Come ho detto, non amavo la mia fidanzata; non avevo però amato nessun' altra donna e questo bastava ai miei occhi per rendere sicura la nostra felicità; non conoscendomi ancora io stesso, credetti di darmi tutto a lei. Orfana come me, Marceline viveva con i suoi due fratelli; aveva vent'anni appena e io ne avevo quattro più di lei.
Ho detto che non l'amavo; almeno non provavo per lei niente di quello che chiamiamo amore, ma l'amavo, se per amore si intende tenerezza, una certa pietà e una notevole stima. Era cattolica e io sono protestante... ma credevo di esserlo così poco! Il prete mi accettò, io accettai il prete e tutto si svolse senza difficoltà.
Mio padre era, come si dice, "ateo", così almeno io penso, non avendo mai potuto parlare con lui delle sue convinzioni religiose, per una specie di invincibile pudore che anch'egli provava con me. Il severo insegnamento di impronta ugonotta che mia madre mi aveva dato si era lentamente dissolto nel mio cuore, così come la bella immagine di lei: come sapete, ero molto giovane quando persi mia madre. Non capivo ancora quanto la prima formazione morale di un bambino domini la sua vita futura, ne quali tracce essa lasci nel suo animo. Quella certa austerità di cui avevo sentito l'attrattiva attraverso i principi inculcatimi da mia madre, la riversai tutta nello studio. Avevo quindici anni quando perdetti mia madre; mio padre si occupò allora di me, mi fu vicino e mise tutto il suo impegno nell'istruirmi. Conoscevo già bene il latino e il greco; con lui imparai anche l'ebraico, il sanscrito e in seguito il persiano e l'arabo. Verso i vent'anni ero così pieno di entusiasmo, che egli osò farmi partecipare alle sue ricerche. Gli piaceva giudicarmi uguale a lui, e volle darmi la prova della sua stima: il Saggio sui culti frigi, che apparve con il suo nome, era opera mia; l'aveva solo letto alla fine; nessun' altra opera gli procurò tanti elogi. Ne fu felice. Quanto a me, rimasi confuso nel veder riuscire questo inganno. Ma ormai ero lanciato; gli studiosi più eruditi mi trattavano come un collega. Sorrido adesso di tutti gli onori che mi vennero tributati... Così arrivai a venticinque anni non avendo quasi guardato altro se non libri e antiche rovine e non sapendo niente della vita; mi impegnavo nel lavoro con un fervore singolare. Ebbi alcuni amici (e tra questi anche voi), ma più che amare l'amico amavo l'amicizia: la mia grande devozione per loro era in realtà bisogno di un nobile ideale; accarezzavo in me qualunque grande sentimento. Di fatto non conoscevo veramente i miei amici così come non conoscevo me stesso. Neppure per un attimo mi passò per la mente l'idea che io potessi vivere in modo diverso oche si potesse condurre un'esistenza diversa.
A mio padre e a me bastavano cose semplici; spendevamo così poco tutt'e due che a venticinque anni non sapevo ancora che eravamo ricchi. Pur senza pensarci spesso, immaginavo che avessimo solo quanto basta per vivere, e con mio padre avevo preso l'abitudine di fare economia, cosicché fui quasi imbarazzato quando seppi che possedevamo molto di più di quanto non credessi. Mi interessavo cos1 poco di queste cose che presi più precisa coscienza delle mie ricchezze non già dopo la morte di mio padre, di cui ero unico erede, ma solo in occasione del contratto di matrimonio; in quello stesso momento mi accorsi che Marceline non mi portava quasi niente.
Un' altra cosa, più importante delle altre forse, e che io ignoravo, è che la mia salute era molto delicata. Come potevo saperlo, dal momento che non l'avevo mai messa alla prova? Avevo ogni tanto qualche raffreddore che curavo malamente. La vita troppo calma che conducevo mi indeboliva e al tempo stesso mi proteggeva. Marceline, al contrario, sembrava robusta: e che lo fosse più di me lo vedremo fra poco.
La sera delle nostre nozze dormimmo nel mio appartamento di Parigi, dove ci avevano preparato due camere. Restammo a Parigi solo il tempo necessario a fare alcune spese indispensabili, poi raggiungemmo Marsiglia, di dove ci imbarcammo subito per Tunisi.
Gli impegni urgenti, lo stordimento degli ultimi avvenimenti succedutisi troppo rapidamente, l'inevitabile emozione delle nozze che seguiva quella più forte del mio lutto, tutto questo m'aveva sfinito. Solo quando fui sulla nave, mi accorsi della mia stanchezza. Fin da quel momento, le tante occupazioni l'avevano sì accresciuta, ma anche resa meno sensibile. L'ozio forzato, a bordo, mi permise infine di riflettere. E questo accadeva, mi parve, per la prima volta.
Per la prima volta, anche, mi concedevo di restare per un lungo periodo di tempo senza il mio lavoro. Fino ad allora non mi ero concesso che brevi vacanze. Un viaggio in Spagna con mio padre, poco dopo la morte di mia madre, era, è vero, durato più di un mese; un altro, in Germania, sei settimane; altri ancora ce n erano stati, ma sempre viaggi di studio; mio padre non abbandonava volentieri le sue ricerche così minuziose, ed io, quando smettevo di dedicarmici, mi mettevo a leggere. Tuttavia, lasciata Marsiglia, riaffiorarono in me i più vari ricordi di Granata e Siviglia, di un cielo più puro, di ombre più nette, di feste, di risa e di canti. Ecco quello che ritroveremo, pensai. Salii sul ponte della nave e guardai Marsiglia che si allontanava. Poi, bruscamente, pensai che lasciavo un po' sola Marceline.

Ella era seduta più avanti; mi avvicinai, e, per la prima volta veramente, la guardai.
Marceline era bella. Voi lo sapete, l'avete vista. Rimproverai a me stesso di non essermene accorto prima. La conoscevo troppo bene per vederla con occhi nuovi; le nostre famiglie si conoscevano da sempre; l'avevo vista crescere; ero abituato alla sua grazia... Per la prima volta mi stupii, tanto splendente mi apparve questa sua grazia. Aveva un semplice cappello di paglia nera, sul quale ondeggiava un lungo velo. Era bionda, ma non di aspetto delicato. La sua gonna e il suo corpetto erano stati ricavati entrambi da uno scialle scozzese che avevamo scelto insieme. Non avevo voluto che lei portasse il lutto, come me, per mio padre.
Si accorse che la stavo guardando, si voltò verso di me... Fino a quel momento avevo avuto per lei solo attenzioni poco spontanee; sostituivo, bene o male, l'amore con una specie di galanteria fredda che, me ne accorgevo, la infastidiva un poco; Marceline avvertì in quell'istante che la guardavo per la prima volta in maniera differente? A sua volta mi guardò fissamente, poi con grande tenerezza mi sorrise. Senza parlare mi sedetti accanto a lei. Fino a quel momento avevo vissuto per me solo e seguendo il mio umore: mi ero sposato senza immaginare che una moglie potesse essere diversa da un amico, senza pensare cioè che la mia vita sarebbe stata cambiata dalla nostra unione. Cominciavo a capire che a quel punto il monologo finiva.

André Gide

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