14 maggio 2017

Anna Karenina

“Vivere non per i propri bisogni, ma per Dio. Per quale Dio? E cosa si può dire di più insensato di quello ch’egli ha detto? Ha detto che non bisogna vivere per i propri bisogni, cioè che non bisogna vivere per quello che comprendiamo, verso cui siamo attratti, di cui sentiamo desiderio, ma che bisogna vivere per qualcosa di incomprensibile, per un Dio che nessuno può capire, né definire. E allora? Non ho forse inteso queste parole insensate di Fëdor? E, dopo averle intese, ho forse dubitato della loro giustezza? le ho giudicate sciocche, poco chiare, inesatte?
No, le ho intese e proprio così come intende lui, le ho intese pienamente e con maggiore chiarezza ch’io non intenda qualunque altra cosa nella vita; e mai nella mia vita ho dubitato né posso dubitare di questo. E non io solo, ma tutto, tutto il mondo intende pienamente questa sola cosa e di questa sola cosa non dubita e vi consente sempre.
Fëdor dice che il portiere Kirillov vive per la pancia. È comprensibile e ragionevole. Noi tutti, esseri ragionevoli, non possiamo vivere altrimenti che per la pancia. E a un tratto lo stesso Fëdor dice che vivere per la pancia è male e che bisogna vivere per la verità, per Dio, e io lo intendo da un accenno! E io, e milioni di uomini che hanno vissuto secoli fa e che vivono adesso, i contadini, i poveri di spirito e i saggi, che hanno pensato e scritto su questo e dicono la stessa cosa con il loro linguaggio confuso, noi tutti siamo d’accordo su questa sola cosa: per che cosa si debba vivere e cosa sia il bene. Io con tutte le persone non ho che una sola conoscenza ferma, indubitabile e chiara; e questa conoscenza non può essere spiegata con la ragione; è al di fuori di essa e non ha nessuna causa e non può avere nessun effetto. Se il bene ha una causa, non è più bene; se ha un effetto, la ricompensa, pure non è bene. Perciò, il bene è al di fuori della catena delle cause e degli effetti.
E questo appunto io lo so e tutti lo sappiamo.
Ma io cercavo dei miracoli, mi rammarico di non aver visto un miracolo che mi avesse persuaso. Ed ecco il miracolo, l’unico possibile, continuamente attuale, che da ogni parte mi circonda, e io non me ne accorgevo! Quale miracolo può essere mai più grande di questo?
[…]
Io cercavo una risposta alla mia domanda. E la risposta alla mia domanda non poteva darmela il pensiero: esso è incommensurabile con la domanda. La risposta me l’ha data la stessa vita nella mia conoscenza di quello che è bene e di quello che è male. E questa conoscenza non l’ho acquistata con nulla, ma mi è stata data insieme agli altri, data perché non la potevo prendere da nessuna parte.
Di dove ho preso ciò? Sono forse giunto con la ragione a convincermi che bisogna amare il prossimo e non soffocarlo? Me l’hanno detto nell’infanzia, e io ci ho creduto con gioia, perché mi dicevano quello che avevo nell’animo. E chi l’ha scoperto? Non la ragione. La ragione ha scoperto la lotta per l’esistenza e la legge che esige che siano soffocati tutti quelli che ostacolano il soddisfacimento dei miei desideri. Questa è la deduzione della ragione. E che si debba amare un altro non poteva scoprirlo la ragione, perché è una cosa irragionevole”.

— Lev Tolstoj

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