23 luglio 2015

Gambe

Una faticaccia: le case sono vecchie, pochissime hanno l'ascensore; non c'era proprio posto nella tromba delle scale. Per la strada, ogni cinquanta, cento metri salta fuori un ponte: almeno una ventina di gradini da salire e scendere. Poche malattie di cuore, a Venezia. Tanti acciacchi alle ossa, reumatismi provocati dall'umidità.
Continuerai a satire e a scendere anche nelle calli: Venezia non è mai piatta, è un continuo dislivello, tutta groppe, dossi, gnocchi, schiene gibbose, avvallamenti, depressioni, displuvi; le fondamente digradano verso i rii, i campi sono trapuntati dai tombini come bottoni affondati nei gonfiori di una poltrona. Questo capitolo, oltre alle gambe, è dedicato pertanto anche al labirinto: o meglio, alla coppia di labirinti corporei, le due chiocciole in fondo alle orecchie che ti danno il senso dell'equilibrio.
Io non so quanto sia vera questa storia, te la rivendo cosi come me l'hanno raccontata: conta le colonne del palazzo Ducale, sul lato esposto verso il bacino san Marco, di fronte all'isola di san Giorgio. Cominciando dall'angolo, arriva alla quarta colonna. noterai che è leggermente fuori allineamento rispetto alle altre, si sporge in avanti di pochi centimetri. Se appoggi la schiena alla colonna e cerchi di strisciare addosso alla sua circonferenza, dalla parte esterna del colonnato, non potrai fare a mena di cadere dal microscopico gradino di marmo bianco che si alza sulle pietre grigie della riva. Prova e riprova, ti sbilancerai e cadrai dal gradino anche se ti schiacci contro la colonna o allunghi di lato una gamba per slanciarti oltre l'orlo e superare il punto critico. Da bambino ci provavo sempre, era molto più di una sfida o un gioco, mi procurava un brivido vero: mi avevano detto che ai condannati a morte veniva offerta quest'ultima possibilità di salvezza, una specie di ordalia equilibrista, un giudizio di Dio per acrobati; se fossero riusciti a strisciare attorno alla colonna senza poggiare i piedi sulle pietre grigie avrebbero ricevuto misericordia all'ultimo momento. Crudelissima illusione, che si potrebbe chiamare supplizio della speranza, come il racconto perfido di uno scrittore francese dell'Ottocento. Ad ogni modo, mi piace questa rappresentazione della morte profonda pochi centimetri, invece del solito abisso: non è un'immagine ampollosa ed è molto più spaventevole. Forse morire sarà così: forza, il gradino è minuscolo, non si precipita affatto in un baratro, guarda, sono soltanto tre centimetri, su, basta uno sforzo minimo, nessuno ti sta spingendo, dai, un po' di equilibrio, è facile...
Preparati a salire in vaporetto (batèo, battello), aspetta in piedi sui pontili d'imbarco (gli imbarcadèri): il vaporetto accosta, ti dà uno scossone che ti prende di sorpresa come una spinta a tradimento. Monta sul battello e, anche lì, non sederti, resta in piedi sulla plancia, sotto la tettoia esterna; senti con le gambe il tremolio del motore nella pancia del vaporetto che ti fa vibrare i polpacci, il rollio che ti costringe a spostare continuamente il peso del corpo da una gamba all'altra, ti fa tendere e rilasciare muscoli che non sapevi nemmeno di avere. Ti avverto che sui mezzi pubblici, i vaporetti dell'Azienda consorzio trasporti veneziano (Actv), paghi il quadruplo di un veneziano residente in città, al quale è riservata una tessera speciale, la Cartavenezia, con una tariffa molto più economica.
Resta in piedi anche in gondola, mi raccomando. Attenzione: in questo casa sto parlando soltanto delle gondole per il traghetto. Ce ne sono in vari punti del Canal Grande: per la metà del costo di un caffè al bar ti trasportano da una riva all'altra, nei punti più o meno distanti dai tre grandi ponti che attraversano il canale. I traghetti delle gondole li trovi a fianco della stazione ferroviaria, alla destra di chi esce; a san Marcuola; a Rialto davanti al mercato del pesce, e più avanti in riva del Vin e in riva del Carbon; a sant' Angelo e a san Tomà; a santa Maria del Giglio, e verso la punta della Dogana. Non è un servizio per turisti, anzi: il traghetto in gondola lo usano abitualmente soprattutto i veneziani, per risparmiare tempo. Le gondole da traghetto sono leggermente più larghe di quelle da turismo. Riuscirebbero a portare fino a una ventina di passeggeri, più due gondolieri, uno a prua e uno a poppa; ma per disposizioni comunali il massimo consentito è di quattordici passeggeri.
Attenta invece alle gite turistiche in gondola, che sono costose. In generale, se accetti passaggi panoramici su barche a remi o motorizzate, informati scrupolosamente sulle tariffe prima di salire a bordo: chiedi se si tratta di prezzi che si riferiscono cumulativamente al trasbordo oppure a ogni singolo passeggero. Non è raro assistere a spiacevoli discussioni di turisti che smontano a terra convinti di dover pagare, diciamo, dieci ducati, mentre gli viene chiesto a sorpresa di sborsarne quaranta perché ovviamente sono saliti con consorte e due figli. Ad ogni modo, ricordati che i mezzi pubblici dell'Actv, vaporetti e motonavi, ti portano praticamente dappertutto pagando l'equivalente di una birra o di una rivista settimanale. Percorri il Canal Grande, e poi gira intorno alla città toccando la Giudecca, san Giorgio, san Clemente, san Lazzaro degli Armeni, il Lido, il cimitero a san Michele. Non rinunciare alle piccole crociere sulla laguna; sali sulle motonavi alle fondamente Nuove, scoprirai Venezie parallele, controvenezie, paravenezie, antivenezie: Murano, dove sette secoli fa sono stati mandati in esilio i mastri vetrari, perché le loro fonderie provocavano troppi incendi; la psichedelica Burano, con gli intonaci coloratissimi come la copertina di un ellepi degli anni sessanta; le Vignole, Mazzorbo, Torcello; Punta Sabbioni, san Francesco del Deserto, il Cavallino Jesolo; Pellestrina, Chioggia, Sottomarina.
La laguna ha centinaia di specie di pesci, anfibi e volatili particolari, ospita il passato e il futuro della biologia: è una stazione di servizio per comitive di uccelli migratori che la ritrovano a memoria, ed è anche un fantastico laboratorio dove si brevettano pestilenziali alghe mutanti con il codice genetico stravolto dagli scarichi industriali.
Un tempo era più usuale muoversi in barca. Fino a otto secoli fa quasi non esistevano ponti, si usavano passerelle rimovibili. Tope, sàndoli, mascaréte, s'cioponi, peàte, puparini, caorline, sanpierote: il problema oggi non è procurarsi una barca - costano meno di un' automobile - ma trovare un ormeggio permanente. I posti sono personali, certificati in un registro comunale. Niente parcheggio in doppia fila nei rii!
Venezia è città anglosassone: molte case hanno un ingresso autonomo sulla strada, magari anche minuscolo, comunque separato da quello del vicino. Questo valeva anche per le case più povere, e persino nei casi di antica edilizia popolare, che risale addirittura a cinque secoli fa, con pianificazioni urbanistiche e finanziamenti governativi di concezione sorprendentemente moderna.
Oggi a Venezia si cammina molto di più. In origine i palazzi e le case a ridosso dei canali sono stati orientati con la facciata rivolta verso l'acqua, l'ingresso principale e l'approdo per .le .barche. Sulle calli si aprono gli ingressi secondari: di Venezia oggi noi usiamo soprattutto il retro; la città ci volta le spalle, ci mostra la schiena, ci prende per il sedere.
Lo vedi anche dai ponti: molti sono sbilenchi, come se le isole si fossero spostate slittando in due direzioni opposte. I ponti sono costruiti in diagonale: le fiancate di mattoni o in ferro battuto fanno torsioni acrobatiche. Le rampe di gradini sembrano colate di lava indurita che si è fatta strada su pendii laterali, bizzarri. Alcuni lo dichiarano fin dal nome: ponte Storto. Ciò significa che molto spesso le calli che sfociano sulle due rive del canale non sono state allineate per essere unite da un ponte: erano semplicemente sbocchi sull' acqua dove accostare le barche per salire a bordo o scendere a terra, per caricare e scaricare merci. In altre parole, prima sono venute le case, e fra le case le calli, disposte secondo leggi proprie; i ponti sono stati fatti dopo: sono i ponti che si sono dovuti adeguare alle sfasature fra le calli quasi dirimpettaie, ma non perfettamente in asse da una riva all'altra dei rii.
Come sai bene dai soliti servizi del telegiornale, ti può capitare di girare a Venezia con i piedi a mollo: l'acqua alta è una sfortunata combinazione di brutto tempo, venti e correnti che stipano l'alta marea in laguna. Succede soprattutto da ottobre a dicembre; ma qualche anno fa, in aprile, sono uscito dal cinema su un campiello completamente allagato; ho accompagnato a casa un'amica trasportandola sulle spalle, con le gambe nell'acqua gelida fino al ginocchio, avanzando lentamente, per un paio d'ore: un atto – letteralmente – di cavalleria che mi è costato tre giorni di raffreddore e febbre.
I veneziani chiamano braghe acqua alta i pantaloni troppo corti, ineleganti, con le caviglie comicamente scoperte, come se fossero stati tagliati apposta per non inzuppare gli orli. L'acqua alta è una sciagura di questo secolo; una parte della laguna è stata interrata, canali profondi sono stati scavati per non far incagliare le petroliere, permettendo al mare di allagare la città in pochi minuti, rapinosamente. Le isole basse e spugnose della laguna, le baréne coperte di sterpaglie, smangiate dal moto ondoso, non sono state più sufficienti ad assorbire la marea in eccesso. I veneziani antichi avevano deviato il corso dei fiumi per impedire alle piene di riversare troppa acqua in laguna. E Venezia stessa all'inizio si chiamava la Città della Riva Alta, Civitas Rivoalti, a Rialto: anche se gli archeologi più recenti non sono d'accordo, si diceva fosse nata su quel nucleo di isole leggermente più sollevate rispetto al livello dell'acqua.
Con meno di un metro di dislivello, molte zone sono già sott'acqua; l'emergenza seria scatta oltre il metro e dieci. Nella tremenda notte del 4 novembre 1966, di ritorno dal suo turno di lavoro, mio padre è tornato a casa nuotando.
Le sirene che suonavano l'allarme durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale sono rimaste in cima ai campanili. Ora segnalano le incursioni marine, quando sta per montare l'acqua alta: risvegliano alle cinque, alle sei di mattina. Gli abitanti insonnoliti fissano agli ingressi paratie d'acciaio, infilano piccole dighe nelle cornici di metallo gommato sugli stipiti delle porte di casa. Vanno difese persino quelle finestre dei piani terra che si affacciano sui canali gonfi d'acqua: più spesso non c'è proprio niente da fare, l'acqua sgorga dai tombini, rampolla dalle fessure dei pavimenti, intacca i mobili, infradicia i muri, sbriciola il lavoro degli imbianchini. I commercianti corrono ad avviare gli interruttori delle pompe idrauliche, in fretta e furia tirano su le merci dagli scaffali più bassi: anni fa, dopo un' alta marea molto forte, mi ricordo le bancarelle improvvisate fuori dai negozi che svendevano scarpe alluvionate, rovinate. Squadre speciali di netturbini escono all'alba a montare le passerelle di legno nelle calli sommerse. I liceali con gli stivaloni di gomma al ginocchio - o addirittura con quelli da pesca, che foderano tutta la gamba - offrono un passaggio agli amici usciti di casa con le scarpe basse; si caricano sulle spalle il dolce peso di una compagna di classe carina; trasportano professori a cavalcioni sulla schiena, braccia al collo e gambe strette sui fianchi, li afferrano sotto le ginocchia: impersonano a trenta secoli di distanza Enea che porta in salvo il padre Anchise fuggendo da Troia in fiamme. Se si è usciti con le scarpe sbagliate, si entra dal droghiere a chiedere un paio di borse di plastica, si insacchettano i piedi dentro le sporte della spesa, legando i manici intorno alle caviglie. Giovani con i carretti da trasporto-merci traghettano i passanti, attraversano pozzanghere larghe come piscine, li depongono a terra asciutti; accettano una moneta. I turisti si divertono come pazzi, fotografano, girano a piedi nudi con i pantaloni arrotolati alla pescatora, pestano invisibili cacche di cane subacquee; ce n'è sempre uno che passeggia beato, si sganascia, giubila, non si accorge che sta pericolosamente avvicinandosi all'orlo della fondamenta sommersa, la riva invisibile sotto i suoi piedi è terminata, ma lui continua a trascinare le caviglie sott'acqua e il passo gli cede, sprofonda in canale.
Anni fa un mio amico procuratore legale stava accompagnando un avvocato in tribunale. Camminavano sulle passerelle di legno mal collegate, c'era un buco di un metro fra una e l'altra, all'improvviso l'avvocato è scomparso: dall'acqua spuntava solo la manica di una giacca, in cima un polso con un orologio d'oro, la mano sventolava disperatamente la cartella di cuoio; il mio amico l'ha afferrata al volo; l'avvocato ha discusso la causa in tribunale completamente bagnato, grondante, maneggiando soddisfatto i documenti salvati dalle acque.

Tiziano Scarpa - Venezia è un pesce – Una guida

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