7 dicembre 2015

Le braghe corte

Noi, da ragazzi, portavamo i pantaloni corti. Non erano corti al ginocchio, di una certa eleganza vittoriana, di un modello che si potrebbe quindi definire "all'inglese", intravisto in qualche film o illustrazione di libro, o portato da qualche fanciullo dei quartieri alti subito scomparso (fortunatamente per lui una fugace apparizione) prima che noi ragazzi normali ci rendessimo conto del suo stravagante vestire e infierissimo su di lui.
No, i nostri pantaloni erano proprio corti corti, a mezza coscia, e non c'erano calzettoni al ginocchio a bilanciarne la scarsità della cute coperta, ma solo tragici calzini al malleolo. I nostri pantaloni (sarà stata moda, usanza, mancanza di stoffa nel povero dopoguerra) erano insomma tragicamente corti.
D'estate, questo, andava anche bene, il pantalone corto rendeva più agile il deambulare, più sciolto il movimento, tantochè ancor oggi puoi vedere, nella bella stagione, anziani signori presentarsi in braga corta, o curiosi bermuda, o fantasiosi pantaloni vorrei ma-non-posso da esploratore-fotografo-pescatore-o-qualcosa-di-simile e corti calzini sui sandali. Non è un bello spettacolo, ammettiamolo, ma mi si assicura che la comodità è tanta.
Era d'inverno che la cosa si faceva più pesante. Noi, innocenti fanciulli, non conoscevamo altre possibilità, non abbiamo mai reclamato un pezzo di stoffa in più, era la REGOLA imperscrutabile che veniva da chissà quali alte gerarchie che tutto potevano e volevano, era così e basta, e ci tenevamo le gambe martoriate dal gelo, marmorizzate dalle vene che si stagliavano sulla superficie della pelle delle cosce provocando un curioso fenomeno che, dalle mie parti, veniva paragonato alla pezzatura del manto di certe mucche ed era perciò chiamato "le vacche".
Non ricordo se questi pantaloni avessero o meno quell'apertura sul davanti chiamata con voci locali bottega o fischio ( cos'è che si vendeva lì dentro? Cos'è che avrebbe dovuto fischiare fuori?), ma detta in buon italiano "patta" (forse dal longobardo paita, "striscia di tessuto che a volte ricopre l'abbottonatura di una giacca o di un cappotto". Così il vocabolario. Ma i pantaloni?).
Forse in alcuni esemplari c'era, ma molti mi giurano sulla sua assenza. Ricordo però che i giovinetti da allora, in strada, per non interrompere fasi importantissime di gioco con inutili frapposizioni, provvedevano a piccole ma urgenti funzioni corporali alzando agilmente un lembo del pantalone, a destra o a sinistra a seconda della posizionatura dell'oggetto necessario alla bisogna, estraevano l'oggetto stesso e così compivano l'operazione. Sgocciolandosi a volte sulla coscia, il che poteva provocare fastidiose reazioni epidermiche, ma era la dura realtà della vita quotidiana.
Verso i tredici anni le cose cambiavano, anche in questo caso seguendo le regole segrete dettate da chissà chi: si passava ai pantaloni alla zuava.
Abbottonati sotto al ginocchio, si sposavano con un calzettone che copriva il polpaccio e si univa al pantalone all'altezza dell'allacciatura. Tutto questo però in teoria, nella realtà il bottone spesso saltava via e il pantalone pencolava disastrosamente - ma non sul calzettone, il quale complici gli elastici partiti, si accasciava penoso sul malleolo d rea un continuo tirare su quello che, per l'ostinata forza di gravità, tendeva naturalmente a crollare e a posarsi rilassato sulla scarpa.
I pantaloni alla zuava però erano forniti di regolare patta, e i bennati adolescenti tredicenni non la facevano più per la strada.
Dopo un paio d'anni venivano finalmente forniti di pantaloni lunghi.
Una conseguenza della scomparsa dei pantaloni cortissimi forse c'è stata: esistono ancora le ginocchia ricolme di gloriose croste?

Francesco Guccini

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