24 febbraio 2016

I pennini

Ho scoperto che ci sono anche i collezionisti di pennini, ma perchè stupirsi, in fondo ci sono collezionisti di tutto, dalle bustine di zucchero ai sottobicchieri per birra, per dirne solo due. La domanda invece è: li fabbricano ancora, oppure sono reperti preziosi (per il collezionista, naturalmente) rintracciabili solo da vecchi rigattieri o scoperti come tesoro fra dimenticate riserve del nonno?
Chi ha avuto la ventura di adoperarli a scuola li ha in mente con una certa nostalgia, ma forse non li collezionerebbe, ricordando a volte le titaniche lotte, spesso perse, che col pennino venivano condotte. Ma facciamo, come nei romanzi d'appendice un passo indietro.
Nelle scuole di allora c'erano i banchi. Di legno, monumentali, credo pesantissimi. A due posti (tu e il tuo compagno di banco. Ma chi era, il mio compagno di banco, alle elementari? E il vostro?), avevano il ripiano a scrittoio ribaltabile, laccato (laccato?) di un mortifero nero lucido, tanto per far vedere che la scuola non era lì per divertire o far divertire ma per promettere, dalla prima alla quinta almeno, dolore e sofferenza, che lì non si scherzava. Perchè era anche scomodissimo sedere su quei sedili di legno, antisalutare, e partivano scoliosi da coltivarsi poi per tutta una vita, lì immobili o quasi per quattro ore di fila, se non la breve pausa, alzando una timida mano, per andare in bagno - che poi, almeno nel mio caso, era un volgare gabinetto. Quando ci lasciavano andare.
Il probabile progetto didattico degli adulti però cozzava con l'istintivo anarchismo dei bambini (di noi, allora, bambini), e il ripiano a scrittoio era non levigato e polito come ogni Alta Autorità Scolastica (mai stati, evidentemente, bambini, loro) avrebbe desiderato e sognato, ma era un intreccio di segni, scavi, calanchi e Grandi Canyon, scritte anche oscene (oscene come può immaginarsele un bambino, naturale), ottenuto in anni e anni di incessante e metodico lavoro di intere generazioni, di ere geologiche diverse, realizzato in maniera artigianale ma efficace con le punte più disparate, da un banale chiodo al più sofisticato coltellino.
A volte anche con la punta di un semplice pennino (ma del pennino parlerò fra poco). Per i lavori d'incisione si andava da un banale sfregio a più complesse losanghe, ghirigori, costruzioni di quadrati e rettangoli, fino a scritte vere e proprie come un sobrio Culo o il più ricercato Gianni puzza.
Il piano inclinato finiva con un asse in pari (sempre nera) che aveva al centro e all'estrema destra (i mancini non dovevano esistere in natura) un buco. Era il sito per il calamaio.
Questo, di vetro spesso, coi bordi ingrossati nella parte superiore per appoggiarsi al foro e la parte inferiore tondeggiante a paiolo, veniva riempito di inchiostro (nero, ovvio) da un solerte bidello che periodicamente, con un enorme boccione, provvedeva al rabbocco.
Non so che inchiostro fosse, forse era il più fino e puro ottenuto dai Laboratori e distillerie di Stato, che distillavano in partenza essenze pregiate e a volte anche odorose per la gioia di noi piccoli tesi nello sforzo di imparare (a leggere, scrivere e far di conto), solo che, o il bidello in parte lo vendeva e riempiva il boccione con un inchiostro di terza categoria, o dentro al calamaio avveniva un misterioso processo chimico per cui spesso l'inchiostro si trasformava in una massa maleolente e putrida, colma di strane e malvagie creature che, catturate dal pennino intinto, lo abbandonavano appena raggiunta la superficie e si trasferivano immediatamente sulla candida pagina del quaderno e tutta l'insozzavano.
O magari si trattava soltanto di pezzetti di carta che, inseriti nel calamaio così da intingersi di inchiostro per poi essere allegramente lanciati contro un altro compagno, erano sfuggiti dalle mani bambine e li dentro avevano trovato la morte e la putrefazione. E non bastavano i pennini più sofisticati per evitare tale scempio (da cui erano misteriosamente esenti gli alunni più bravi).
I pennini, pensati forse per i compiti più ardui e ornati di bella calligrafia, avevano forme le più strane e nomi i più immaginifici. C'era il "gobbino", piccolo e maneggevole, nervoso, atto a bella scrittura se saputo manovrare con decisione; c'era la "torre", un qualcosa che poteva vagamente ricordare la Torre Eiffel, forse pronto per imprese barocche; c'era la "manina", foggiato a mano chiusa con l'indice sfrontamente puntato, in tempi in cui non solo non si usava, ma anche dai più si ignorava il significato di levare il medio. E quanti altri ve n'erano, ma è inutile qui continuare con nomi e fogge, tipi e modelli, perchè ciascuno avrà avuto i suoi, di nomi, differenti da scuola a scuola, da città a città.
Forse in qualche oscura fabbrica (probabilmente tedesca), un trust di ingegneri aveva dato un nome ufficiale a un pennino appena progettato, anzi, più che un nome una sigla o un criptico acrostico, che so, K740, o SBUFF, ma poi il pennino era andato libero per il mondo assumendo la veste e il nome che la cosmogonia popolare e bambina gli avevano affibbiato.
Poi, il passaggio dalle elementari alle medie fu un salto di grado e di ambiente sociale. Non più i banchi monumentali in legno, ma agili banchetti di metallo col ripiano di plastica (formica?) verdolina e sediette singole. Non c'era più il calamaio in vetro, e tutti fummo muniti di penna stilografica, il più delle volte tirata fuori da oscuri recessi dove siffatto classico dono della prima comunione, assieme all'orologio, era stato riposto ("Te la daremo quando sarai più grande, adesso la romperesti subito") in attesa di una più severa coscienza di se stessi e di raggiunta maturità.
Erano terminati i riti precedenti di scrittura: scegliere il nuovo pennino, umettarlo con le labbra, infilarlo nella cannetta, tuffarlo nel calamaio (sia quello scolastico che casalingo, a volte riempito di audace inchiostro blu); già al terrificante esame d'ammissione, per il passaggio dalle elementari alle medie, ci presentammo tutti dotati di regolare penna stilografica, che fu regina nelle agghiaccianti prove dei compiti in classe di latino, matematica, lingua straniera per tutte e tre le medie.
In italiano me la cavavo - voglio dire, sempre con la stilografica - , ma erano compiti meno spaventevoli.
A metà degli anni quaranta, però, era apparsa un'altra protagonista dello scrivere. Un ingegnere ungherese, tale Laszlo Birò, aveva notato come e qualmente una pallina, credo da tennis, rotolando prima nel fango e poi scorrendo su una superficie liscia, vi lasciasse un segno. Da quella osservazione, prova e riprova, soprattutto con vari tipi di inchiostro, era nata la penna biro, divulgata dalla ditta francese Bic. Che no fu subito accettata nel mondo scolastico ma subì una strana interdizione, e fu solo quando arrivai alle superiori che il frutto dell'inventore ungherese divenne di uso comune.
Col grande vantaggio che, togliendo momentaneamente il refill e il tappino in fondo, l'astuccetto di plastica si trasformava in una comoda piccola cerbottana atta a sparare palline di carta masticata sulle innocenti compagne di classe, non potendo dati i tempi, molestarle in altri modi che avremmo voluto e desiderato.
Ora, in epoca di e-mail e sms, i pochi che scrivono ancora lo fanno col computer o col telefonino. Solo qualche anziano aristocratico o giovane fighetto usa la stilografica.
In ogni casa ci sono circa dieci biro, di cui solo due funzionanti, e male. A volte si volatilizzano, è fenomeno fisico accertato che una biro, lasciata incustodita anche solo per alcuni secondi, sparisca e non si trovi più.
Si usano comunque per firmare la ricevuta di un pacco postale o per fare la lista della spesa. A volte, pescandola da una capace borsetta femminile, per scrivere le sempre più rare cartoline che si inviano in occasione di un viaggio, con calligrafie incerte e firme quasi sempre illeggibili.
E il pennino, il glorioso pennino, è diventato materia da collezionisti.

Francesco Guccini

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