19 febbraio 2016

Il caffè d'orzo

In questi giorni, al ristorante, si può verificare uno strano rito. Al momento del caffè, quando il cameriere attende le ordinazioni, a volte ti è dato di vedere la parte femminile del tavolo che tentenna dubbiosa, partono commenti sul caffè che non fa dormire, che da bruciori di stomaco, poi una di loro si illumina decisa e chiede: "Ha l'orzo? Si? (certo che ce l'hanno, oggi l'orzo viene servito anche nei peggiori bar di Caracas!). Allora un orzo, per favore!"
Al che il cameriere completa il rito e domanda: "In tazza grande o in tazza piccola?". E qui partono le diverse ordinazioni femminili.
Il mistero delle differenti misure delle due tazze mi è stato recentemente svelato: in tazza piccola, sarebbe come un espresso (un espresso d'orzo?); in tazza grande, come una benefica tisana atta a far digerire quello che la gentile signora o signorina ha degustato per pasto, di solito verdurine (verdurine, sia chiaro, non verdure) alla griglia. Ma questo è un altro discorso.
E l'orzo, che arriva fumante (in tazza piccola o grande), mi riporta indietro nel tempo, alle mille mattine di caffelatte infantili, in tazza grande, con chili di pane inzuppato, quasi che, come si diceva, il cucchiaio dovesse rimanere in equilibrio.
Mattine infantili che poi, adulto o quasi, categoricamente e sdegnosamente rifiutasti per una tazzina di caffè, e basta, e via per il mondo.
Oggi il caffè d'orzo viene confezionato in apposite cialde ed esce dalla stessa macchina dell'espresso. Un tempo invece l'orzo lo si tostava in casa, usando svariati marchingegni: veniva messo dentro a un curioso aggeggio cilindrico cavo, di un venti-trenta centimetri; un ferretto permetteva di appenderlo alla catena del camino e un lungo manico di girarlo per favorire la tostatura. C'erano anche una sfera di metallo e una specie di padella con coperchio, usata per la stufa economica.
Una volta compiuta l'operazione, l'orzo veniva macinato con l'apposito macinino. Al di là, però, dell'uso per il caffelatte dei bambini, era segno di povertà, o di autarchia.
L'orzo sapeva di orzo, non c'era verso, tant'è vero che si vendevano (e alcune marche si vendono ancora, ma siamo oggi nel regno delle tisane) delle miscele, tipo la Miscela Leone o La Vecchina, che erano surrogati del caffè, fatti con orzo, segale, radici di cicoria, ghiande e via andare.
E quando una signora di un tempo riceveva una visita non offriva certo un orzo, ma un caffè. Anzi, perchè non ci fossero equivoci, si diceva: "Gradisce un caffè caffè?"

Francesco Guccini

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