4 marzo 2016

Il lattaio e la carta moschicida

Adesso ci sono i cartoni di latte, confezionati da diverse ditte concorrenti, ma prima dei cartoni cosa c'era?
C'erano le bottiglie, da un litro e da mezzo litro, coperte con un tenue tappo di stagnola, vendute e distribuite dalla cittadina Centrale del Latte. Ma prima ancora delle bottiglie cosa c'era?
C'era il lattaio. Nel suo negozio, dove si vendevano anche formaggi, marmellate, caramelle e affini - famose le latterie di Milano, dove si potevano pure fare parche colazioni a poco prezzo -, uno andava con la bottiglia e acquistava il latte, un litro o mezzo litro alla volta. Il lattaio tuffava il misurino in un grande contenitore e versava la quantità desiderata. Alla fine degli anni Cinquanta costava (almeno a Bologna) sessantadue lire al litro, grande la gioia dei ragazzi che andavano volentieri a comprarlo perchè, di resto, ricevevano tre burdigoni da una lira. Erano caramelle di liquerizia che assomigliavano, appunto, a grossi insetti neri. Ci si accontentava di poco.
Ma c'era anche il lattaio che caricava un grande bidone sulla bicicletta (mi sono sempre chiesto come fosse possibile, ma una volta ci si guadagnava la vita duramente) e faceva il giro dei clienti. Al suono del suo campanello si scendeva in strada, armati di pentolino, e lui, col misurino, accontentava le richieste. Inevitabili le facezie delle resdore (in italiano "massaie") su quanto il lattaio avesse annacquato il prodotto.
Non credo fosse latte pastorizzato o parzialmente scremato o a lunga conservazione, perchè bisognava rigorosamente bollirlo, e, annacquato o meno, si formava sempre sulla superficie, a fine bollitura, un discreto strato di panna. Da raccogliere con un cucchiaio e mangiare subito dopo una leggera spolverata di zucchero.
Chi ricorda la bollitura del latte non potrà dimenticare anche quanto fosse infido, perchè lo guardavi, guardavi, e non bolliva mai, e poi, se ti distraevi solo un istante, "andava di sopra" e riempiva la cucina del pessimo odore di latte bruciato.
A proposito di latte, chiunque abbia abitato in campagna ricorderà quando si mungevano le mucche. Il bianco piano del secchio di latte nereggiava di mosche che, avide e incoscienti, vi precipitavano e affogavano, vittime della loro gola. Non ci impressionavamo più di tanto, le mosche erano cosa di natura, come la pioggia o il sole: le scostavamo con la mano e bevevamo il latte a lunghi sorsi.
Era più scomodo in casa. Le mosche imperversavano in branchi compatti, soprattutto in certe stagioni, quando fuori cominciava a fare freddo e le case conservavano un poco il tepore dei riscaldamenti invernali, anche se scarsi, o il calore dell'estate appena passata.
Le mosche non ti lasciavano vivere. Basta una a dare infinita noia, ma erano centinaia, si posavano su ogni cosa, sulle vivande sparse in tavola, sulle mani, sul viso, le scacciavi e tornavano imperterrite a ronzarti attorno. Una condanna.
Non bastava il DDT, ne certe spatolette che, usate da abili mani, le inchiodavano là dove si posavano. Una, due, cinque, ma le altre? E poi che schifo, sulla tavola, mentre mangiavi. Va be' che all'epoca si era meno schizzinosi di adesso, ma insomma.
C'era allora la carta moschicida. Contenuta in un cilindretto di un paio di centimetri, la srotolavi e scendeva a spirale da dove la fissavi, di solito al lampadarietto che pendeva sul tavolo. Era carta gommosa, viscida e appiccicosa di una sostanza che attirava l'odiato insetto dei Ditteri che, svolazzando qua e là, era attratto dall'odore di quella misteriosa sostanza e vi rimaneva inchiodato, finendo, appena ronzando in un inutile e frenetico sbattere di alucce, la sua breve e noiosa vita.
Prima una vittima, poi cinque, poi cento; perchè la carta non veniva sostituita subito, ma si lasciava là, appesa fino alla fine, fino a compiere tutta la sua missione di giustiziere.
Faceva un pò ribrezzo, lo ammetto, quella striscia brulicante di piccoli cadaveri neri, ma che liberazione, che gioia!. Una volta esaurito il suo mortifero scopo, la striscia veniva staccata, gettata in qualche modo (nel rusco o nel camino o nella stufa) e sostituita con una sorella ancora vergine, fino al giungere di un salutare inverno quasi privo di mosche.
Provare per credere. Perchè so per certo che la carta moschicida esiste ancora, è economica, ecologica e funzionale. Basta saperla trovare.

Francesco Guccini

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