Segno zodiacale Delfino

Era il 1972, avevo circa sei anni e vivevo a Gela, una piccola città sulla costa mediterranea della Sicilia, proprio di fronte all’Africa del Nord. In quella zona, un tempo, si erano insediati i Rodio-Cretesi, che avevano dato vita a un fiorente commercio con l’entroterra, ma, agli inizi degli anni ‘70, poco rimaneva dei fasti del passato.
Per l’esattezza abitavo a Macchitella, un villaggio residenziale costruito di fronte al lido. Lì il piano regolatore aveva funzionato ed era nata quell’oasi di palazzine azzurre a tre piani e qualche torre rosa di sei, distribuite fra boschetti di eucalipti, cespugli di oleandri e di gelsomino dal profumo intenso.
Il villaggio aveva tutto: scuole, supermercati, impianti sportivi, la chiesa, il teatro, il cinema. Le strade erano pulite, ordinate e ornate da vari tipi di piante — gerani, gelsomini, stupende stelle di Natale perennemente in fiore — e conducevano tutte alla passeggiata lungo mare, dove c’erano i gelatai, i venditori di “mellone” (anguria) e di ricotta, che, all’epoca, si vendeva in astucci di canna di bambù e aveva un sapore così buono che noi bambini ne andavamo matti. Per servirla, il venditore prendeva l’astuccio, lo sbatteva sul bordo del piatto, come si fa con un uovo, e poi lasciava scivolare dentro la ricotta, come un pesce fresco scivola sugli altri in una cassetta inclinata del pescivendolo. -
Proseguendo lungo la passeggiata, a ovest del paese, si raggiungevano le spiagge abbandonate e ancora selvagge che, con le dune scolpite dal vento, creavano un ambiente magico che rapiva i bambini, che lì andavano a caccia di ramarri. Rapiva gli innamorati, che si amavano sulla sabbia fresca della sera e rapiva i pensatori e i poeti, che, seduti di fronte al mare, parlavano col vento e componevano.
C’era poi, sempre a ovest, Monte Lungo, una collina selvaggia coperta di canneti, di agave e macchiettata qua e là da distese di piante grasse dai fiori viola e bianchi, o da tappeti di ginestre che crescevano spontanee un po’ dappertutto.
Si diceva che su quella collina avvenissero i regolamenti di conti quando scoppiavano le faide tra famiglie rivali, e che lassù ci abitasse anche un uomo che, nelle notti di luna piena, si trasformava in lupo mannaro. Ma noi bambini ci ridevamo su, perché non avevamo mai visto niente di tutto quello che raccontavano gli adulti. Gli unici regolamenti di conti che sapevamo avvenissero su Monte Lungo — e a suon di sassate e scazzottate — erano quelli delle nostre bande rivali, che si spartivano il territorio.
La banda del Lido viveva a est del villaggio e aveva il monopolio sulla spiaggia principale; quella della Capannina, sulla zona centrale, dov’erano gli impianti sportivi, la chiesa e il teatro; la banda dei Gelesi, invece, sulla zona a ovest, e, di recente, stava cercando di accaparrarsi anche Monte Lungo.
Spesso, le liti tra bande erano generate da questioni di pedaggio. Avventurarsi su Monte Lungo da soli comportava il rischio di essere scoperti dai propri genitori e di passare un brutto quarto d’ora, ma era talmente affascinante che lo correvamo quasi tutti i giorni.
Macchitella era il posto ideale per me. Lì le avventure erano all’ordine del giorno e la vicinanza al mare dava un senso di allegria e di eterna primavera. La Sicilia, con il sole e i mandorli in fiore, colorava il mio spirito. Amavo quella terra, separata dalla costa nordafricana da un azzurrissimo Mar Mediterraneo.
L’Africa. Ricordo i momenti in cui mi arrestavo a fissarla con un’intensità tale da credere di distinguerne la sagoma all’orizzonte. Cominciavo ad avvertire uno strano tepore e, man mano che mi addentravo nei meandri della mia fantasia, sentivo la terra scivolarmi da sotto i piedi. Gradatamente, le urla dei bambini sulla spiaggia, i richiami dei genitori, le radioline, gli slogan dei venditori ambulanti andavano affievolendosi fino a sparire, e rimanevo in compagnia del canto della risacca in un mondo nuovo, tutto da esplorare. Era come essere lanciati a gran velocità verso il cielo per ritrovarsi, dopo un’esplosione di colori, in viaggio verso l’Africa. Attraversavo il Mediterraneo volando e credevo, a volte, di percepire il suono di tamburi lontani.

Sin da piccolo l’Africa mi affascinava. La percepivo come una terra che desideravo conoscere e che desiderava conoscermi. Ne avevo sentito parlare solo qualche volta, ma avevo visto parecchi documentari in televisione. Ogni volta che si presentava l’occasione, per me il semaforo diventava rosso, qualsiasi cosa stessi facendo.
Quando le immagini — all’epoca in bianco e nero — di foreste, giungle, fiumi, savane, montagne, deserti scorrevano sullo schermo, mi ci buttavo a capofitto e, con la fantasia, riuscivo a rendermi protagonista di quei paesaggi.
Impazzivo quando le immagini raccontavano spezzoni della vita di leoni, giraffe, gorilla, coccodrilli, tarantole, pitoni, farfalle, aquile, zebre... Alla fine esprimevo ad alta voce un desiderio. Mi ripromettevo che un giorno avrei percorso le strade africane, e il messaggero che da sempre mi accompagnava confermava che sarebbe stato così.
Col tempo. molte delle fantasie che mi ero costruito davanti alla televisione le ho potute vivere in prima persona. Le ho condivise con gli amici attorno -al fuoco sugli argini del Tagliamento. durante le notti d’estate. Oppure preparando il tè in mezzo alle montagne o in un’accogliente e calda cucina, circondati da scatole colorate di decine di specie di tè durante le serate d’inverno, quando fuori piove e fa freddo.

Tornando ai miei sei anni, ricordo che un giorno, ginocchioni sul bagnasciuga e in viaggio con la mente verso quella terra così vicina e così lontana, vidi un triangolo nero e lucido fendere la superficie del mare e scivolare dolcemente fino a sparire di nuovo.
Fu talmente inaspettata la visione, che ebbi la sensazione di precipitare nel vuoto. Come erano svanite, così ritornarono le urla dei bambini sulla spiaggia. i richiami dei genitori, le radioline e gli slogan dei venditori ambulanti.
Emozionato chiamai mio padre a squarciagola:
“Papà. papà! Vieni, ho visto una cosa nera che si muoveva nell’acqua!”.
Appena mi raggiunse, gli raccontai quello che avevo visto e, in preda all’eccitazione, gli chiesi:
“Ma che cos’era? Sembrava una piccola vela. Era lucida e ha cambiato colore quando ha riflesso i raggi del sole. Prima era nera, poi argento...”.
Mio padre, un po’ incredulo, sorrise, poi, incuriosito anche lui, si sedette al mio fianco. Guardavamo entrambi il mare e io speravo con tutto il cuore di vederla spuntare di nuovo. Una manciata di secondi dopo la rividi, e quella volta, attaccato alla “vela”, c’era il dorso lucido e curvo di un enorme pesce.
“è un delfino!” esclamò sorpreso mio padre. che aggiunse “Avevi proprio ragione. La vela nera che hai visto è la pinna dorsale”.
Poi si voltò e chiamò mia madre e le mie tre sorelle.
La mamma, entusiasta, cominciò i “placcaggi”. La prima fu Chicca. tre anni, la più piccola delle tre, che in quel momento era tranquillamente sotto l’ombrellone che masticava la sabbia. La seconda a essere presa fu Taty, sette anni, la più grande, che stava sguazzando a qualche metro dalla riva. La terza Biba, cinque, che stava combattendo contro i cavalieri delle onde da dietro il suo muro di sabbia.
Rimanemmo per un po’ tutti e sei appollaiati sul bagnasciuga in attesa di rivederlo. Quel giorno, però, non comparve più, così, qualche minuto dopo, tutti erano tornati alle proprie attività. Tranne il sottoscritto, che rimase seduto dov’era e passò il resto del tempo a immaginarsi un incontro a tu per tu.
Come da sempre mi accadeva quando mi estraniavo dalla realtà, sentii forte la presenza del messaggero al mio fianco e cominciai a parlare con lui:
“Cosa sai tu dei delfini?”.
“L’amicizia fra gli dei, i delfini e gli uomini risale a tanto tempo fa. Ci sono molte leggende che ne parlano” mi rispose. “Poseidone, ad esempio, era solito prendere le sembianze di delfino. Una leggenda racconta che il patto d’amicizia fra i delfini e gli uomini fu sancito dalla sua unione con Melanto. Da loro nacque un figlio, che chiamarono Delfo, il quale diede poi origine alla città di Delfi, diventandone re fino a quando Apollo non ne prese il possesso. Ad Apollo stesso era sacro il delfino, che racchiudeva in sé tutte le doti più preziose e rare: Tenero con i bambini, amico degli uomini, protettore dei marinai, complice dei pescatori e caro agli dei, per i quali la cattura era un sacrilegio.
Si racconta che Airone, un musico di Lesbo, avesse ottenuto dal suo padrone, il tiranno di Corinto, il permesso di poter viaggiare per la Magna Grecia e la Sicilia per arricchirsi con il suo canto. Fatta fortuna, decise di ritornare in patria e s’imbarcò su una nave. I marinai, saputo dei suoi guadagni, complottarono per ucciderlo e derubarlo. Una notte, però, Apollo gli comparve in sogno e gli promise di aiutarlo. Quando Airone fu aggredito dai marinai, prima di essere ucciso ottenne da loro di esprimere l’ultima volontà. Lui intonò una sua canzone al suono della lira, che sapeva suonare splendidamente. Appena cominciò a cantare, un branco di delfini si avvicinò alla nave. Airone si ricordò dell’aiuto promesso da Apollo e si tuffò in mare, da dove fu tratto in salvo proprio da un delfino, che lo riportò illeso fino a riva.
Tornato per altre vie a Corinto, Airone raccontò il fatto al suo padrone, il quale, non appena i marinai attraccarono, li convocò per chiedere che fine avesse fatto il proprio servo e loro lo informarono che era deceduto durante il viaggio. A quel punto comparve Airone e i colpevoli furono messi a morte.
La leggenda narra che, in ricordo di quel fatto, Apollo rese eterna l’amicizia fra l’uomo e il delfino, trasformando in costellazioni la lira di Airone e il delfino che lo salvò”.

Mi piaceva ascoltare quel messaggero che nessuno sentiva se non io. A volte era un compagno giocherellone, altre un maestro severo.
“E dunque fu sancita anche l’unione fra gli uomini e l’universo” conclusi.
“Perché?” mi chiese lui con interesse.
“Perché penso che Apollo, ponendo il delfino nel firmamento e lasciandolo nello stesso tempo nei mari, abbia voluto creare un canale di comunicazione fra gli uomini e Dio.”
“Spiegati meglio.”
“Credo che Dio abbia donato al delfino lo spirito dell’amicizia e l’intelligenza per insegnare agli uomini a capire cos’è l’amore. Poi lo ha posto in cielo per fargli vedere il destino che li attende. La fede e la perseveranza del delfino sono state ricompensate da Dio con il premio più ambito: un posto al Suo fianco per l’eternità.
L’uomo anche ha ottenuto da Dio gli stessi doni, ma dell’intelligenza ha fatto presunzione e arma di distruzione, interrompendo il dialogo con Lui e :dimenticando il linguaggio dello spirito d’amicizia, che è maestro d’amore. Dio, nella Sua misericordia, ha lasciato un segnale nel cielo visibile a tutti, perché trovino il sentiero che li conduca al firmamento, e usa i delfini come Suoi messaggeri” conclusi.
“Prima, però, bisogna imparare a combattere il male. Solo se saprai tenere aperto il canale di comunicazione offerto da Dio, sarai vincente. Ricordati che il male usa con astuzia le tue stesse arti. Mira a confonderti. A far apparire luce le tenebre e tenebre, luce” mi avverti il messaggero.
“Con te vicino non ho paura del male. Lo combatterò e lo vincerò sempre” — dissi un po’ scosso da quell’immagine del male che s’insinuava nella mia per confonderla.
“Fai bene a credere nell’amicizia, perché è un’ottima maestra, ma sbagli a sottovalutare la forza del male. Ricordarti che si aggira come un umile saggio che promette la luce, mentre in realtà è un leone affamato in cerca di prede da sbranare. Lui stesso fu l’angelo più luminoso, non dimenticarlo mai. Conosce le tue debolezze di uomo e la tua forza di santo e le manipola entrambe. Vive per portarti via la luce e s’interessa a te solo se per lui rappresenti una minaccia. Molti demoni lo servono e ti provocano tutti i giorni.”
Fece una breve pausa e concluse:
“Lo puoi battere solo se capisci com’è fatto. Ma per capirlo devi scoprire dove si nasconde”.
“Mi stai dicendo che dovrei andare in cerca del male per capire che non bisogna fare del male?” domandai sorpreso. “Mi sembra senza senso.”
“Vedila così: un giorno una donna fece molta strada per portare suo figlio da un famoso guaritore capace di liberarlo da un demone che lo tormentava. Il ragazzo era talmente goloso che era preso da cleptomania ogniqualvolta i suoi occhi incrociavano qualcosa da mangiare e questo disonorava la famiglia.
Raggiunto il luogo dov’era solito sedere, la donna gli chiese di farle il miracolo di guarire il ragazzo dalla golosità. Egli lo guardò e le disse di ritornare dopo un paio di settimane con cibarie dolci e salate, senza aggiungere alcuna spiegazione.
La donna, che credeva fermamente nella forza di lui, due settimane dopo, caricatasi sulle sue spalle le cibarie richieste, ripercorse a piedi quella lunga strada per ottenere la guarigione del figlio.
Arrivata li e postogli ai piedi le cibarie, attese in silenzio. Sul fare del sera, l’uomo guardò il ragazzo e pronunciò queste semplici parole:
‘Ragazzo, non devi mangiare troppo, che fa male’. Poi, rivolto alla donna:
‘Puoi tornare a casa. Tuo figlio ha capito’.
La donna rimase immobile per un istante. Ripensò alle fatiche e ai pericoli dei viaggi che aveva dovuto sostenere; al fatto che aveva lasciato il marito da solo a coltivare i campi; ai soldi che aveva dovuto sborsare per i doni; alle notti all’addiaccio trascorse da lei e dal figlio, esposti al pericolo di briganti o belve feroci. E quando realizzò che gli erano state dette cose che sia lei che il marito ripetevano da anni, non riuscì più a controllarsi:
‘Potevi dire le stesse cose due settimane fa. Mi avresti evitato un lungo viaggio. Cosa racconterò al rientro a mio marito? Se non sei sicuro della forza delle tue parole, dammi almeno un unguento, uno sciroppo, un elisir... Quelli come te ne hanno sempre qualcuno!’.
Lui la guardò con dolcezza e le rispose:
‘Due settimane fa ero goloso anch’io. Ho dovuto capire dove stesse il male in me per poter aiutare tuo figlio. Ho dovuto isolarlo, capirlo, neutralizzarlo. Poi ho dovuto mettermi alla prova, resistendo un giorno intero di fronte a tanto ben di Dio. Solo dopo averlo sconfitto le mie parole sono diventate Suoi strumenti e hanno potuto agire sullo spirito del ragazzo. Ricorda che il male è come un germe. Si annida ovunque, e per vincerlo devi tener pulita la tua anima e usare sempre la verità come scudo contro i suoi attacchi. Solo così dal tuo cuore possono uscire parole capaci di spostare le montagne1’
“E come finì la storia?” chiesi incuriosito.
“Che il guaritore allontanò il demone dal cuore del ragazzo, che guarì dalla golosità.
Vedi, mio caro, a volte, per far venir fuori la tua forza, devi conoscere il male che vive in te, il tuo lato oscuro” rispose il messaggero.
Seguì un attimo di silenzio, durante il quale le sue parole s’impressero nel mio cuore. In quel momento capii che avrei conosciuto lati oscuri di me che non avrei apprezzato, ma dai quali avrei imparato parecchio e, come in trance, cominciai a recitare queste parole:

Precipitando in un buco,
ho visto lo luce affievolirsi.
Ho avuto paura,
ma ho continuato a volare verso il fondo.
Mi lasciavo cadere liberamente
e le botte che prendevo
si tramutavano in dolci sogni.

Io e il mare
Io e il sole
Io e la luna
Io e il cielo
Io e la terra
Io e l’amore.

Ho visto la luce affievolirsi ulteriormente.
Ho tremato.
E ho cominciato a raggomitolarmi,
perché le botte che prendevo
mi provocavano fastidiosi dolori.
Ho visto la luce
diventare la punta di uno spillo.
Ho urlato di rabbia e di paura,
ma le vibrazioni della mia voce
si spegnevano molto prima di raggiungere la superficie,

Ho visto la luce
diventare il nero più nero,
e ho pensato per la prima volta
che cosa avevo lasciato in superficie.

Avevo lasciato una realtà.
Avevo lasciato me stesso.

Poi l’urto violento
con l’agghiacciante e duro fondo.
Il dolore lacerante delle ossa rotte,
il buio più totale,
la voglia di morire,
un pensiero,
avevo lasciato una realtà in superficie.

Ho cominciato a darmi forza,
ho volto il mio sguardo a Dio,
e ho cominciato a scavare un cunicolo parallelo,
ma verso la luce.

Voglio raggiungere quella realtà.
Voglio raggiungere me stesso.
Io e il mare
Io e il sole
Io e la luna
Io e il cielo
Io e la terra
Io e l’amore per la vita.

Tornai in me.
“Dio, a proposito dell’amicizia, ha detto che è la sublimazione dell’amore. Lei dà senza chiedere e partecipa senza limiti ai bisogni dell’amico. Pensaci un attimo; all’uomo Dio ha offerto di diventare amici e l’uomo, molto spesso, rifiuta questo privilegio perché vuole sostituirsi a Lui. Nessuno ha amore più grande di colui che dà la propria vita per i suoi amici” disse il messaggero.
“Le tue parole hanno proprio il volto dell’amore!”
“Sono di Gesù. Le disse durante l’Ultima Cena, quando ci lasciò in eredità il comandamento Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”

Come sempre era stato capace di commuovermi con le sue parole, che abilmente scolpivano la stele della mia vita. Ero turbato. Nello stesso tempo, una velocissima visione mi aveva preannunciato gioie e dolori. Sentivo che avrei incontrato di nuovo il delfino.

Aurelio Di Fresco

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