Quaderno proibito
Oggi mi è accaduto qualcosa di insolito, una sciocchezza che mi vergognerei finanche di annotare se non fossi sicura che nessuno leggerà mai ciò che scrivo in questo quaderno. Nel pomeriggio, entrando nel portone del mio ufficio, ho visto un uomo alto, elegante, che doveva aver chiesto un'informazione al portiere, poiché insieme spogliavano una rubrica. Io entravo un po’ affannata temendo di essere in ritardo; il portiere ha alzato gli occhi e mi ha salutato come sempre, con gentilezza; è una brava persona e mi conosce ormai da molti anni. Io gli ho sorriso con più effusione del solito, ero di buon umore e volevo quasi farlo complice del mio ritardo. Poi lui ha ripreso a sfogliare la rubrica ma l'altro, invece, non ha staccato lo sguardo da me: mi fissava con stupore come se d'improvviso avesse visto un'apparizione gradita. Era giovane, poteva avere forse trentacinque anni. Quando gli sono passata accanto ha sussurrato qualcosa che non ho afferrato, a tutta prima, e poi ho capito d'un un tratto, quasi riascoltandolo nella fantasia; una parola veramente sciocca. Mi sembrava ridicolo ripeterla qui, forse egli non supponeva che io avessi due figli già grandi, mi viene voglia di ridere e ripensarci, ma insomma ha detto: «Affascinante». Mi sono dovuta trattenere in fondo alla scala perché l'ascensore era fermo al secondo piano: sentivo benissimo che l'uomo continuava a fissarmi, che il portiere gli aveva dato ogni informazione e lui, tuttavia, non si muoveva di lì. Il cuore mi batteva forte, provavo un senso di vertigine, di paura, volevo scappare, ma l'ascensore non veniva mai. Ho fatto bene attenzione a non voltarmi: quell'uomo avrebbe potuto pensare che lo facevo per lui. Però, quando sono entrata nell'ascensore, per richiudere la porticina, sono stata costretta a voltarmi. Ho visto che egli era ancora lì fermo, mi fissava incantato, e moveva le labbra mormorando qualcosa che non potevo udire, forse la stessa parola di prima. Sono entrata in ufficio come se fossi inseguita. Per tutto il pomeriggio ho spiato la porta della mia stanza temendo che quell'uomo avesse l'ardire di venire fin su con una scusa. Non sapeva chi fossi, ma avrebbe potuto domandarlo al portiere. Sospettavo persino che mi avesse vista passare altre volte, mi avesse seguita, e oggi si fosse servito di un pretesto per incontrarmi. Temevo sempre di vedere entrare l'usciere annunziando che qualcuno chiedeva di me, sobbalzavo se aprivano la porta, tanto che una collega mi ha domandato che avessi. Ho risposto che aspettavo una visita, giacché se quell'uomo si fosse arrischiato a salire non avrei certo potuto confessarle che egli mi aveva seguito e ora veniva addirittura a chiedere di me, senza conoscermi: ella mi avrebbe giudicato male e sarebbe stata autorizzata a immaginarmi poco seria mentre cammino per la strada. Avevo deciso che, se fosse venuto, avrei fatto finta di nulla, l'avrei ricevuto in sala d'aspetto e gli avrei ingiunto di uscire immediatamente, non farsi vedere mai più, spiegandogli che s'era sbagliato nel credermi una donna di quelle che si lasciano avvicinare da uno sconosciuto. Invece non è venuto nessuno, per fortuna. Quando sono uscita mi sono guardata attorno con cura, mi sono persino voltata indietro varie volte per assicurarmi che non ci fosse, non mi seguisse. Tuttavia ora posso confessare che questo episodio mi ha messo addosso un'allegria che non provavo più da quando ero ragazza.
— Alba de Céspedes, Quaderno proibito, 1952 - 19 gennaio
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