21 marzo

Sergio De Simone aveva sei anni quando fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Era la sera del 21 marzo 1944 e Sergio si trovava nella città di Fiume insieme a sua madre, Gisella Perlow, a sua zia, Mira Perlow, a sua nonna e alle piccole cuginette di 4 e 6 anni, Andra e Tatiana Bucci. Fu un delatore a segnalarli ai nazifascisti, perché “colpevoli” di essere ebrei. E loro si presentarono a casa. Li arrestarono, li condussero nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba, nella città di Trieste, per poi deportarli nel lager di Auschwitz-Birkenau. La nonna, Rosa, morì il giorno stesso, all'interno di una camera a gas. Gisella e Mira superarono le selezioni e furono destinate ai lavori forzati. Le sorelline Andra e Tatiana, scambiate per gemelle, furono risparmiate perché considerate preziose per gli esperimenti dello pseudo dottore Josef Mengele. E Sergio? Anche lui fu considerato interessante, utile agli studi, e con Andra e Tatiana finì nel “kinderblock”, la baracca numero 11 di Auschwitz-Birkenau. Qui, la blockova, ossia la guardiana del blocco, si affezionò ad Andra e Tatiana. Si affezionò a tal punto da tentare di salvar loro la vita. Così, un giorno, le prese in disparte e disse loro: “Bambine, se vi dovessero mai chiedere di voler rivedere la mamma, non rispondete. Non muovetevi. Non fate un passo avanti”. Andra e Tatiana, a loro volta, lo riferirono a Sergio, nel tentativo di proteggerlo. E quel giorno arrivò. Quella domanda venne fatta: “Chi vuole rivedere la mamma?”. Andra e Tatiana non si mossero. Ma venti bambini fecero il passo in avanti. Venti bambini, tra cui Sergio. L'ultimo ricordo che Andra e Tatiana hanno di lui è il suo saluto, sorridente, mentre saliva sul camion che lo avrebbe trasportato nel campo di concentramento di Neuengamme, presso Amburgo. Qui, Sergio non rivide la sua mamma. Qui incontrò solamente una cosa: la morte. Perché Sergio, insieme agli altri 19 bambini, era stato selezionato, con quel passo in avanti, come cavia per degli esperimenti sulla tubercolosi. Gli furono iniettati i bacilli tubercolari. Poi, una volta ammalatosi, gli vennero asportati i linfonodi dalle ascelle perché quegli pseudo-dottori credevano che gli anticorpi della tubercolosi si sviluppassero lì. Infine, quando l'esercito Alleato era ormai prossimo a sopraggiungere, i nazifascisti presero Sergio, lo condussero nei sotterranei della scuola di Bullenhuser Damm e lo impiccarono ai ganci che si usano nelle macellerie. Sua madre Gisella, sopravvissuta insieme ad Andra e Tatiana, era convinta che, prima o poi, sarebbe tornato. Non sapeva della sua morte e credeva che Sergio fosse stato adottato da una famiglia in Unione Sovietica: “Ma un giorno qualcuno busserà alla porta, io aprirò e di fronte a me ci sarà Sergio”. Scoprirà la verità solo negli anni ‘80. Alla sua porta, Sergio non busserà mai. Perché colpevole, a 7 anni, di voler rivedere la mamma. Quando vi chiederanno cosa fu il nazifascismo, raccontate di lui. Raccontate di Sergio. 

 Pasquale Videtta

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